La fiera dei serpenti

La fiera dei serpenti

14,04 €  8,90 €
37% sconto

Autore: Harry Crews

Definito dal New Yorker "uno scrittore di straordinaria potenza", Harry Crews ci offre un viaggio bizzarro e selvaggio, originale e mozzafiato nel profondo e rurale Sud degli Stati Uniti.
A Mystic, Georgia, i bianchi sono feccia e i neri chiamano ancora questa feccia "padrone". È qui che vive Joe Lon Mackey, uno dei protagonisti più terrificanti dopo il Patrick Bateman di American Psycho. Joe Lon passa il suo tempo gestendo un locale "ereditato" dal padre, in cui vende birra e whiskey di contrabbando con l’aiuto di due tuttofare di colore. Suo padre è un allenatore di pitbull da combattimento, la cui crudeltà con gli animali è riverita dalla popolazione locale. Sua sorella una disturbata mentale che si spalma escrementi fra i capelli e passa le giornate davanti alla televisione. Il suo migliore amico, lo sceriffo della città, ha perso una gamba in Vietnam e rinchiude in prigione e violenta le ragazzine di colore che rifiutano le sue avances.
Per la maggior parte del tempo Joe Lon Mackey se la prende con se stesso per i maltrattamenti fisici e psicologici che impartisce alla moglie, che si prende cura di due bambini piccolissimi; e si crogiola in un miscuglio di passate glorie e presenti rimpianti al pensiero che gli incidenti di football degli anni del liceo gli sono costati il futuro. Una volta all’anno a Mystic si svolge la "fiera dei serpenti a sonagli", che attira lunatici ubriachi e fuori di testa da tutti gli stati confinanti, i quali arrivano nella piccola cittadina per cacciare, uccidere e mangiare serpenti, in realtà di ogni specie. L’avvenimento è coronato da un concorso di bellezze in bikini e da una nottata di festeggiamenti in vista della caccia. Joe Lon decide che il raduno è l’opportunità ideale per attirare un po’ d’attenzione. Ma l’elaborato progetto che escogita per evadere dal grigiore di Mystic gli sfugge di mano, scatenando una incredibile serie di eventi che tengono il lettore con il fiato sopeso, e che Crews presenta, come è solito fare, come una macabra, ma esilarante e irresistibile versione della commedia umana.


- Più raggelante di un romanzo di Stephen King -



Autore

Harry Crews nato e cresciuto nella contea di Bacon, in Georgia. Oggi insegna all’Università della Florida ed è uno dei direttori della rivista Southern, per la quale scrive anche, così come scrive per moltre altre riviste e giornali. Visitate il sito di Crews: www.harrycrews.com




Recensioni


Corriere della Sera
31 Dicembre 2004

L’America horror di Crews tra le novità dello scaffale

Un horror molto particolare quello di Harry Crews, La fiera dei serpenti (Meridiano Zero ed., 224 pagg., 13,50 euro), fresco di traduzione di Alberto Pezzotta.
Storia di anormali follie nel 1975 a Mystic, Georgia, nel bel mezzo di una festa tradizionale che mette i brividi solamente ad immaginarla, dove dominano i crotali e le atmosfere cariche di violenza con personaggi estremi nelle loro espressioni ed azioni, tipici rappresentanti di un’America ipervitaminizzata, dedita a sport e a pesistica. La vicenda si lega a traumi infantili ai quali si accosta un parallelismo con l’educazione al combattimento di un pit bull destinato a diventare metafora del disagio esistenziale del protagonista che, in un finale molto cinematografico, pareggerà i conti con se stesso.
G. Gras.


fahrenheit451quarrata.over-blog
21 Maggio 2009


Corpi da modellare. Corpi che consumano, corpi tirati al massimo, che devono essere sempre più grossi. Corpi lucidi, tesi, guizzanti, che devono rinunciare a tutto per essere puro muscolo, che tutto devono espellere e niente possono trattenere.
Lucidi corpi è un romanzo sulla ricerca ossessiva della perfezione fisica.
E questa ossessione per il corpo diviene simbolo nevrotico di uno stile di vita made in USA che vuole tutto il più grande possibile, dalla macchina al televisore, dai bicipiti alla pistola. Ma ci sono anche altri corpi in questo libro, corpi obesi, che non si negano nulla, corpi dediti al piacere, vaste praterie di pelle a buccia d’arancia, carni tremule e straripanti come budini impegnate in scene di comica seduzione.
Protagonista del romanzo è Shereel Dupont, aspirante al titolo mondiale di body building femminile. Solo due cose possono impedirle di vincere il titolo. Una è Marvella Washington, un’altra concorrente che alla palestra ha aggiunto gli steroidi trasformando così il suo corpo non solo in una guizzante massa di muscoli, ma bensì in una enorme massa di muscoli. L’altra cosa che mette a rischio la possibilità di Shereel di vincere è la calata a Miami, direttamente dalla Georgia, dei suoi parenti, una famiglia di contadini del Sud dalla mentalità gretta e conservatrice.
Il padre che tra un pregiudizio e l’altri si scola una bottiglia di Wisky con i figli, la madre e la figlia che trasudano in eguale misura grasso e ignoranza, il fidanzato con l’hobby di attaccar rissa con il primo che passa. Insomma tutto il contrario della ferrea e cieca disciplina di quei concorrenti che si sfiniscono sotto pesi titanici, nello sforzo di non essere un corpo ma il corpo. Queste due follie tutte americane, accomunate dall’assillante volontà di predominare e imporre il proprio modello, si scontrano in uno snervante crescendo di tensione fino alla premiazione finale.
È un romanzo di bruta fisicità, ma anche una straordinaria parabola morale e filosofica su un’America oversize, deragliata nel suo delirio di potenza, ipertrofica ed eccessiva. Un romanzo in bilico tra isteria e comicità, dove accettare la sconfitta sembra un’ipotesi ancora peggiore della morte stessa.


Film TV
19 Dicembre 2004

La Georgia demente di Crews.

Se non credete davvero che a Natale siamo tutti più buoni, per le feste imminenti attrezzatevi con alcune letture ad hoc. Disperati, cinici, o soltanto disillusi e ironici, e comunque tutti con gli occhi ben aperti sulla follia paradossale che serpeggia nella nostra realtà e nello spazio ambiguo del futuro che ci siamo andati creando.
Questi sono gli scrittori che vi daranno una mano a esorcizzare il tasso iperglicemico delle prossime tre settimane. Primo fra tutti, il grande, insostituibile Derek Raymond, il cantore crudo dei morti anonimi della Factory, scomparso nel 1994, che Meridiano Zero continua a proporre: ultimo uscito, Atti privati in luoghi pubblici, uno scorcio caustico della decadenza di una classe e di un sistema sociale (l’aristocrazia, nell’Inghilterra della rivoluzione sessuale) scritto nel ’67, prima del quintetto della Factory, meno "nero" ma altrettanto impietoso.
Ancora per Meridiano Zero, Kern Nunn (al secondo romanzo, dopo Surf City) con Pomona Queen, storia di bikers sognatori fuori tempo massimo, con un cadavere conservato in un congelatore della Coca Cola e un’America campestre sull’orlo del collasso.
Ben salda, invece, all’apparenza, quella rurale e virile di La fiera dei serpenti di Harry Crews, una saga di testosterone georgiano di un’amarezza che fa accapponare la pelle. Emanuela Martini www.lettera.com, 21 Dicembre 2004 Caccia ai crotali, combattimenti di cani, sangue e alcool, fucili e whiskey di contrabbando: Mystic, Georgia, una provincia della mente. La fiera del serpenti: Rattlesnakes, il mondo tra uomini e serpenti Va tutto bene. Per Dio, l’ho avuto, il mio momento di gloria. Ognuno ha i suoi santi e i suoi patroni.
A Mystic, Georgia, un abisso southern, gli abitanti hanno scelto di identificarsi con i crotali e/o in mancanza di quelli con altre varietà di serpenti. Una passione piuttosto pericolosa che, una volta all’anno, trasforma Mystic in una sorta di bolgia, un girone dantesco dove rettili ed esseri umani sembrano condividere la stessa moralità. La follia e la devianza, le bizzarrie della provincia americana, puro white trash, vengono a galla grazie al debordante immaginario di Harry Crews: tra fiumi di alcool, feroci combattimenti di cani (dove gli animali più brutali sono gli allevatori), barbecue di serpenti a sonagli e altre prelibatezze striscia in sottofondo un lancinante senso di disperazione, frutto dell’emarginazione, dell’alienazione e dell’isolamento, come racconta uno dei personaggi più impegnati nella Fiera dei serpenti: "Per alcuni le cose cambiavano. Ma per altri no. In ogni caso, rimanevano aperte molte possibilità. Per esempio impazzire, rincorrendo l’illusione che un giorno sarebbe stato diverso.
Ma questa era una delle cose che non voleva fare". Nella smalltown non cambia nulla, i giorni si ripetono uno dopo l’altro ("La solita roba, di cui non valeva la pena ricordarsi"), con le stesse (cattive) abitudini e un ritmo monotono, quasi uno stillicidio di tempo perduto fino a quando non viene l’ora dei crotali. Allora, sulla Fiera dei serpenti si solleva il sipario e prende forma una ferocia che è tutta umana.
Un romanzo crudele, tanto lucido quanto visionario.
Marco Denti


Liberazione
5 Giugno 2005


Leggere l’America La fiera dei serpenti è l’ultimo romanzo uscito in Italia di Harry Crews, una storia pesante di desideri e di morte ambientata nella cittadini di Mystic, in Georgia. In questo luogo sonnolento, dove la popolazione di colore è ancora marcata dal vecchio termine "negro", l’economia è ridotta al minimo e i rapporti tra le persone costituiscono un intreccio disperato da cui è impossibile fuggire.
Solo una volta all’anno Mystic sembra assumere una nuova e affascinante connotazione, quando migliaia di persone, con i loro camper, accorrono a un avvenimento dalle connotazioni pagane come la festa dei serpenti. La cittadina è invasa da crotali e personaggi che, assieme ai serpenti, portano il loro fardello di pazzia, disillusione, alcolismo e passione. Come durante un carnevale, i rapporti quotidiani sono destinati a scardinarsi e le tensioni quotidiane a esplodere. L’orizzonte rurale e assolato de La fiera dei serpenti è limitato, oppresso e ristretto da una natura americana violenta e allucinatoria; il protagonista, un giovane di soli vent’anni, è letteralmente schiacciato dal fallimento della propria vita e dalla mancanza di prospettive, come fosse un vecchio al termine dell’esistenza.
Un romanzo bellissimo dell’autore di Celebration e Un’infanzia di cui si attende l’imminente traduzione di Lucidi corpi.
Domenico Gallo


il manifesto
21 Ottobre 2004

America, Mystic baraccone nella Georgia degli anni Settanta

Un viaggio mozzafiato come un noir nel Sud, rurale e profondo, degli Stati Uniti. Tra grigiore, razzismo, violenza e superstizione
È l’etichetta "noir" che porta fuori strada. Viene in mente un’epica dell’antieroismo alla Jim Thompson o in alternativa alla Leo Malet.
Storie esemplari di protagonisti perdenti.
La storia di Joe Lon Mackey, al contrario, di esemplare non ha proprio nulla, anzi; si svolge nella più indicibile banalità. Ex campione di football, ex boyfriend della reginetta delle majorette, infine proprietario di uno spaccio di liquori il cui maggior introito viene dal whisky fatto in casa venduto ai negri, sposato con una donna disfatta da due gravidanze consecutive e organizzatore della fiera dei serpenti, il principale e forse unico evento turistico di Mystic,
Georgia per cui accorrono da tutti gli States migliaia d’appassionati per la caccia mattutina ai serpenti a sonagli.
Agenti di commercio in cerca di distrazioni, avvocati rampanti, stelline in cerca di gloria, predicatori in cerca di serpenti per le proprie funzioni, artisti che utilizzano i serpenti nelle proprie opere, sballati: tutti vedono nella fiera dei serpenti di Mystic un irresistibile baraccone della più pura americanità dove sfogare istinti repressi e frustrazione.
Per questo Joe Lon dovrebbe essere tutto sommato soddisfatto: gli affari con la fiera vanno sempre meglio e anche lo spaccio di alcolici procede a gonfie vele.
Ma, purtroppo per lui, Joe Lon non è accecato dalla quotidianità a tal punto da non vedere che la sua carriera agonistica è finita e che ormai nessuno più si ricorda di lui a livello sportivo, che Berenice, la sua ragazza ai tempi del liceo, ora è all’università e flirta con intellettuali studenti di giurisprudenza, che la moglie su cui sfoga la propria frustrazione non è altro che la vittima incolpevole dei suoi fallimenti.
Il problema è che proprio non riusciamo a odiarlo, Joe Lon: anche se è disgustoso, anche se maramaldeggia sui turisti inetti, anche se si scopa alla prima occasione la vecchia fiamma con la moglie fuori dalla porta, non riusciamo proprio a non provare compassione per lui, figlio di un allevatore di pit-bull da combattimento, figlio di una donna crudelmente suicidatasi per non aver potuto abbandonare il marito, fratello di una donna pazza che vive costantemente di fronte alla televisione spalmandosi sui capelli i propri escrementi. Anche nei confronti dei negri ha tutto sommato un atteggiamento meno odioso di quello di tutti i suoi concittadini bianchi, facendoli lavorare per lui e offrendo loro addirittura del whisky, non fatto in casa. Per questo quando esce di senno e comincia a sparare su predicatori invasati e su poliziotti imbolsiti non è che ci faccia poi tanto orrore.
Per certi versi più che Jim Thompson, La fiera dei serpenti di Harry Crews (Meridiano Zero, traduzione di Alberto Pezzotta, Euro 13,50) riporta alla mente
Tra Mosca e Petuski del russo Venedikt Erofeev (Fanucci). In entrambi a farla da padrone è l’alcool, spesso di qualità infima, bevuto in quantità colossali. Ma se nel libro di Erofeev la distruzione finale del protagonista è segnata dal troppo alcool e dalla troppa vita che gli fanno perdere le coordinate della sua destinazione, a distruggere Joe Lon è proprio l’opposto: il non essersi ubriacato a sufficienza - nonostante la quantità di bumba trangugiata -, l’essere rimasto comunque cosciente della propria inadeguatezza all’interno del sistema di vita rurale degli States che Crews dipinge in toni infernali. In questo senso l’etichetta "noir" che ne dà l’editore è fuorviante. La fiera dei serpenti è piuttosto una tragedia nel senso classico del termine. Joe Lon, nonostante gli eccessi, rimane una figura nitida che si rivolta agli stravolgimenti dell’etica che gli si parano di fronte e per questo viene alla fine distrutto. Il non essersi adeguato alla mediocrità, nonostante egli stesso sia un meccanismo generatore di quella stessa mediocrità, gli risulterà alla fine fatale. In questo romanzo ambientato negli anni settanta (e scritto nello stesso periodo) Harry Crews del resto dipinge la propria stessa infanzia (allevato da un patrigno alcolizzato e violento) e la sorte di Joe Len come il rischio corso dallo stesso autore se sua madre non fosse riuscita - a differenza di quella di Joe Lon - a fuggire dal mortifero rapporto.
 E ci svela il ventre molle dell’America di Bush, un coacervo di violenza e ignoranza, di razzismo (non solo nei confronti dei neri, ma di chiunque non si conformi a quel modus vivendi) e superstizione che cancella con forza e rabbia qualsiasi tentativo di cambio di prospettiva. Non è un caso che le uniche figure esplicitamente positive siano due donne, una nera e una bianca considerata pazza. Entrambe sapranno, ognuna alla propria maniera, interpretare mitologicamente la realtà. Non a caso l’ultimo sguardo sul mondo di Joe Lon cade su di loro perché sono loro ad aver saputo sconfiggere la realtà che invece ha ucciso lui.
Francesco Mazzetta


Mucchio Selvaggio
9 Novembre 2004

Ancora più oscuri e inquietanti [di quelli di Derek Raymond] gli scenari creati dallo statunitense Harry Crews ne La fiera dei serpenti.
Nelle sue pagine, uno sperduto paesino della Georgia più rurale e razzista fa da sfondo a una serie di personaggi realistici quanto grotteschi, che sembrano usciti da un incubo di Jim Thompson: un venditore di liquori violento, uno sceriffo mutilato che piega la legge ai propri desideri sessuali, un avvocato culturista dalle perverse fantasie sessuali, un violento allenatore di cani da combattimento e l’immancabile campione di football fidanzato con la cheerleader. Anche qui il romanziere, più che all’azione, sembra interessato alla descrizione di un ambiente talmente fosco e, a suo modo, goticheggiante da risultare fastidioso, viscoso nella sua morbosità. Solo alla fine arriva l’immancabile colpo di scena, ma a quel punto ogni parvenza di normalità è stata spazzata via da un tornado di decadenza e pazzia.
Lo stupore, allora, lascia il posto alla rassegnazione, amara e implacabile.
Aurelio Pasini


omardimonopoli.blogspot.com
30 Marzo 2008

Una volta all’anno la popolazione di Mystic, Georgia, si cimenta in ciò che mostra anche uno dei migliori episodi dei Simpsons: quello in cui l’intera cittadina di Homer si dedica alacremente alla caccia al crotalo in una (per noi) inconcepibile Festa delle Mazzate. Dimenticate però lo scanzonato humor dei "gialli" (con tanto di happy-end canterino assieme a Barry White).
Qui l’atmosfera si fa subito malsana e i litri di whiskey scadente che scorrono ("ammazzato con la birra", tanto per gradire) aiutano il lettore a mettere subito a fuoco una realtà profondamente violenta, oscurata da convinzioni squallide e bifolche.
Harry Crews, con questo suo romanzo breve (La fiera dei serpenti, Meridiano zero), ci trascina nell’angoscioso sfogo annuale di una tipica provincia americana del sud, mostrandoci un’umanità desolata e desolante, priva di un vero scopo e intrappolata in una cittadina che si trova in Georgia ma potrebbe benissimo essere nel Texas dei primi del ’900 di Jim Thompson o in quello più recente di Lansdale: posti in cui le ambizioni franate e i sogni irranciditi ricoprono ogni cosa d’una insopportabile patina di sconforto. E così nulla è edificante, per gli indigeni: non i rapporti familiari, sacrificati alla più bieca violenza domestica; non il sesso, sempre accompagnato da un alone sporco; né l’amore: destinato a provocare solo travasi di bile privi di cura.
Il romanzo è un bel viaggio allucinato fino all’epilogo finale, in cui il sangue scorre a fiumi (e non solo quello dei serpenti). Lo stile è diretto e asciutto (ma lavorato al cesello), il linguaggio scurrile, con numerosi passaggi destinati a possessori d’uno stomaco in grado di sopportarlo. Per chi ama i viaggi a fari spenti nelle regioni più buie dell’animo umano.
Omar Di Monopoli


Pulp
gen/feb 2005

Un’atroce conflitto tra desideri e realtà. La vita del protagonista, Joe Lon Mackey, è costantemente adombrata da una percezione della realtà costantemente lacerata dal ricordo delle ambiziose aspettative di un passato appena trascorso.
Il lacerante incedere della vita che si attribuirebbe a un vecchio al termine della propria esistenza, in questo romanzo s’incarna in un giovane di poco più di vent’anni. Tutto attorno a lui è rappresentazione teatrale di un totale fallimento.
Ex campione di football e di atletica di una sperduta squadra di liceo, figlio di un brutale allenatore di pitbull e di una madre che non ce l’ha fatta e si è uccisa, tutto attorno a lui è squallore e violenza. A Mystic, Georgia, i neri sono ancora negri che si muovono come fantasmi attorno a bianchi indifferenti o che li trattano ancora come oggetti senza diritti, e l’unico evento per il quale vale la pena di vivere un anno di squallore è una feast of snakes che riempie per pochi giorni la cittadina di stravaganti personaggi e collezionisti di serpenti che si spostano in camper.
La festa dei serpenti è una doppia allucinante invasione; turisti e rattlesnakes occupano e frastornano un luogo che è dimora sonnolenta di rapporti deviati e occulti. Pazzia, sottomissione, delusione, alcolismo e rassegnazione sono gli elementi della vita quotidiana di un giovane già fallito come Joe Lon Mackey che, durante la notte dei serpenti, in un delirio solo apparentemente alcolico, vede scorrere davanti ai propri occhi le potenzialità del passato e il futuro che non vivrà mai. La vita degli Stati Uniti rurali è talmente lontana dalla complessità della civiltà costiera che sembra quasi delinearsi una dilagante follia che depreda le menti di intere comunità.
Il romanzo di Crews, infatti, inquieta non tanto per la violenza o l’assurdità che sono implicite nella festa dei serpenti, né per le prevedibili trasgressioni di ogni evento collettivo, ma per un’incredibile normalità della storia, per come una comunità sia capace di digerire ogni frustrazione e andare, biologicamente, avanti. Domenico Gallo Riza Psicosomatica febbraio 2005 Vicenda estrema di antichi traumi Il delirio e la follia si respirano ad ogni pagina nel noir del georgiano Crews che accosta le atmosfere degli anni Settanta americani con feste dedicate ai crotali, al disagio esistenziale di personaggi in crisi che vanno incontro a esplosive decisioni finali.
Originalissimo nello sviluppo di una storia estrema anche nel linguaggio, l’autore ci accompagna a vedere quale disastro possa incontrare un giovane segnato da traumi famigliari. Giancarlo Grossini www.sugarpulp.it 25 Giugno 2009 Definito dal New Yorker "uno scrittore di straordinaria potenza", Harry Crews ci offre un viaggio folgorante, originale e mozzafiato nel profondo Sud degli Stati Uniti, nelle atmosfere epiche rurali e selvatiche tanto amate da Sugarpulp. In questo romanzo ambientato negli anni Settanta (e scritto nello stesso periodo) l’autore della contea di Bacon (Georgia) racconta la sua stessa infanzia (allevato da un patrigno alcolizzato e violento).
Siamo in Georgia, precisamente a Mystic, in un paese di terra e polvere posto nel buco del culo del mondo, laddove regnano incontrastate le bieche leggi del razzismo, le prepotenze dei più forti e i soprusi di chi la legge la dovrebbe rappresentare. Qui vive Joe Lon Mackey, terrificante protagonista di questo durissimo romanzo. Joe Lon passa il suo tempo gestendo un locale "ereditato" dal padre, in cui smercia birra e whiskey di contrabbando con l’aiuto di due neri tuttofare schiavizzati. Il suo vecchio padre è un violentissimo e crudele addestratore di pitbull da combattimento, la cui spietatezza con gli animali è riverita dalla popolazione locale. La sorella di Joe Lon è invece una disturbata mentale che si spalma merda fra i capelli e passa le giornate incollata davanti alla televisione. Poi c’è lo sceriffo di Mystic, un tizio che ha perso una gamba in Vietnam e rinchiude in prigione le ragazzine di colore che rifiutano le sue avances per violentarle indisturbatamente.
Tutti sanno, ma nessuno parla. Per la maggior parte del tempo Joe Lon Mackey se la prende con se stesso per i maltrattamenti fisici e psicologici che impartisce alla moglie, che si prende cura dei due piccoli figli; e si crogiola in un miscuglio di passate glorie e presenti rimpianti al pensiero che gli incidenti di football degli anni del liceo gli sono costati il futuro. Una volta all’anno a Mystic si svolge la "fiera dei serpenti a sonagli", che attira lunatici ubriachi e fuori di testa da tutti gli stati confinanti, e non solo, i quali arrivano nella piccola cittadina per cacciare, uccidere e mangiare serpenti, in realtà di ogni specie. L’avvenimento è coronato da un concorso di bellezze in bikini e da una nottata di festeggiamenti in vista della caccia. Joe Lon decide che il raduno è l’opportunità ideale per attirare un po’ d’attenzione. Ma l’elaborato progetto che escogita per evadere dal grigiore di Mystic gli sfugge di mano, e così, uscito di senno, scatena una strage iniziando a sparare su poliziotti corrotti e predicatori da quattro soldi, scatenando un’incredibile serie di eventi che tengono il lettore con il fiato sopeso e che Crews presenta, come è solito fare, come una macabra, ma esilarante e irresistibile versione della commedia umana. Eppure, nonostante questo finale cruento e "impazzito"; e nonostante dalla prima all’ultima pagina del romanzo Joe Lon non rappresenti nulla di esemplare o anche soltanto di buono, alla fine della fiera per lui non si prova né antipatia, né rancore, né tantomeno odio. Perché tra la feccia che lo circonda, lui appare comunque meno ignobile degli altri, e pertanto meno disgustoso rispetto al conformismo verso il basso e alla omologazione sub-culturale di cui è permeato l’ambiente in cui si svolge la vicenda. La fiera dei serpenti è un romanzo che segue lo schema classico della tragedia. Una tragedia magnificamente descritta e dipinta con i colori più cupi di cui è capace Harry Crews, uno dei massimi autori americani contemporanei forse troppo poco considerato dalla critica.
Matteo Righetto


Buscadero

gennaio 2005

Ognuno ha i suoi santi protettori e i suoi patroni.
 Se gli abitanti di Mystic, Georgia hanno scelto di identificarsi con i crotali, e altri serprenti non del tutto innocui, qualche motivo ci sarà. La passione cittadina diventa un vero e proprio delirio collettivo quando, una volta all’anno, a Mystic si danno convegno tutti gli appassionati (con i rettili al seguito, naturalmente) d’America. La fiera dei serpenti, ecco il perché del titolo, oltre a prevedere la caccia ai crotali, fiumi di birra e whiskey (con le relative sbronze e le altrettanto inevitabili risse), duelli tra cani e altre raffinatezze, è la migliore occasione perché i cittadini di Mystic e i loro ospiti offrano il meglio che poi è anche il peggio delle loro vite. Tutti insieme sembrano un grande coro tragico che celebrano la follia, gli orrori e la disperazione che aleggia su Mystic ("Per alcuni le cose cambiavano. Ma per altri no. In ogni caso, rimanevano aperte molte possibilità. Per esempio impazzire, rincorrendo l’illusione che un giorno sarebbe stato diverso").
Ogni personaggio è una storia a parte.
 Lo sceriffo, tanto per cominciare, è un reduce del Vietnam che ha lasciato laggiù una delle sue gambe e ha un concetto della legge e della giustizia tutto suo, soprattutto nei confronti dell’altro sesso, specie se giovane e di colore. Joe Lon Mackey che dovrebbe essere il protagonista della Fiera dei serpenti (il condizionale è d’obbligo perché l’insieme dei volti sembra muoversi all’unisono) alleva crotali (sono un’ossessione, in questo romanzo), smercia whiskey illegale a tutte le ore e coltiva un buco nero nella sua anima perché è marito e padre senza riuscire ad esserlo. Essendo anche il figlio di un allevatore di cani da duello abituato ad ammazzarli a calci se non vincono (dopo averli cresciuti in modo particolarmente sadico), il quadro famigliare dovrebbe essere completo, e loro non sono nemmeno i peggiori, tra gli abitanti di Mystic. Quando si entra nel vivo della festa, con bestie che strisciano ovunque e un’alluvione di alcool che sfocia in un generale delirio, l’affresco di Harry Crews si completa e diventa una cruda, spietata e nello stesso tempo imponente rappresentazione delle miserie umane.
La fiera dei serpenti non è un romanzo accomodante e Harry Crews fugge qualsiasi accento consolatorio (a riprova si può leggere anche nell’sua autobiografia, Un’infanzia, uscito qualche tempo fa per Baldini&Castoldi) punta all’abisso e con un ritmo travolgente arriva a toccare il fondo. Dove i crotali, al confronto delle tragedie umane, non fanno più nemmeno paura.
Marco Denti

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 20.03.2013.

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