L'ultima corsa per Elysian Fields

L'ultima corsa per Elysian Fields

15,50 €  8,90 €
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Autore: James Lee Burke

New Orleans, 2002. La città ha il fascino di sempre: i colori delle buganvillee che coprono le case, per le strade l’odore di gamberi bolliti e pesce gatto, le note di jazz che scivolano fuori dai locali.
Ma New Orleans è anche la povertà, i barboni che dormono al cimitero, i ragazzi neri che spacciano amfetamine e china white nei quartieri popolari. Il detective Dave Robicheaux è un uomo sempre più amareggiato dalla vita. Sua moglie Bootsie è morta, la sua casa sul bayou è bruciata. E lui si sente diventare sempre più incapace di controllare i propri moti di rabbia verso una realtà dove soldi e potere ti pongono al di sopra degli altri e delle leggi. Tornare a immergersi nella fauna criminale di New Orleans per lui è come un doloroso tuffo nel passato.
Ma deve farlo, per il suo amico Jimmie Dolan. Padre Dolan è uno che ai cambiamenti crede ancora. E le sue battaglie contro gli stabilimenti petrolchimici che scaricano i residui tossici vicino alle baracche dei più disgraziati gli hanno attirato un trattamento del tutto speciale da parte della mafia. Le indagini si complicano subito. Una ragazza nel giro dell’ecstasy morta in un incidente stradale, abitazioni che bruciano come fiammiferi quasi per caso, l’omicidio del proprietario di un chiosco di daiquiri. E un sicario irlandese che sembra avere il compito di non fare emergere le connessioni tra questi eventi.
Robicheaux si ritrova a muoversi spaesato per quelle terre che da New Orleans vanno fino a New Iberia, lì dove sorge il carcere di Angola, che non molti anni prima era ancora un enorme campo di lavoro per detenuti neri. E lì era finito anche Junior Crudup, che aveva suonato con Leadbelly, e quando estraeva la sua chitarra a dodici corde e si metteva a cantare Goodnight Irene, tutti si fermavano ad ascoltare. Compresa la moglie del possidente bianco LeJeune.
Da quel carcere Junior Crudup non uscì mai. Dave sa che la spiegazione del presente è tutta lì, nei vecchi segreti delle oligarchie di ieri, che con la violenza sono rimaste le élite di oggi. Perché la storia della Louisiana, delle sue terre, non ha mai saputo rompere con un passato razzista e ingiusto. E i libri di Burke quella storia ce la continuano a raccontare, con la solita incomparabile maestria nel maneggio della trama, dei personaggi e di una prosa elegiaca.


Il detective Robicheaux ritorna a New Orleans



Autore

James Leee Burke nato a Houston e cresciuto tra il Texas e la Louisiana, di questi paesi racconta la storia sanguinaria e la natura imponente. Ha lavorato come operaio per una compagnia petrolifera, come reporter, professore universitario, impiegato all’ufficio di collocamento della Louisiana, e non solo. Reso celebre in tutto il mondo dalla serie del detective Robicheaux, di cui Meridiano Zero ha pubblicato nel 2004 Sunset Limited, è tra i pochissimi ad aver vinto due Edgar Award per il miglior romanzo di crime fiction dell’anno. Da due dei suoi libri, Two For Texas (Meridiano Zero, 2004) e Heaven’s Prisoners, sono state tratte le versioni cinematografiche.
V
isitate il sito di James Lee Burke: www.jamesleeburke.com



Recensioni


il manifesto
2 Marzo 2006

Dave Robicheaux è sempre più un sopravvissuto. Sopravvissuto al Vietnam, a due mogli, alla figlia (trasferita in un prestigioso, lontano college), all’alcolismo, al negozio di esche (lasciato al vecchio socio ed amico nero Batist), all’incendio della casa, al licenziamento da parte della polizia di New Orleans, alla promozione della ex collega Helen Soileau a capo del distretto di New Iberia.
Alla fine del nuovo romanzo a lui dedicato da James Lee Burke, Ultima corsa per Elysian Fields (Meridiano Zero, 377 p., 15,50) si ritrova pure mandato a spasso da quest’ultimo, con la collega di una volta che gli chiede la restituzione del distintivo. Questo perché Dave Robicheaux è sempre fondamentalmente rimasto fedele a se stesso e ad un’idea di giustizia che non si ferma di fronte alle convenienze politiche o economiche.
In ciò unico compagno fedele è l’amico Clete Purcel, ancora più deciso di lui a tirare dritto ed a stritolare sotto di sé come una sorta di schiacciasassi criminali ed approfittatori.
Ma a differenza di Clete, Dave sa che per districare le trame criminose non è sufficiente pestare a sangue magnaccia e pedofili, e che il marcio vero si nasconde dietro uno schermo di prosperità e rispettabilità quasi intoccabili. Stavolta tutto inizia col pestaggio di un prete cattolico – Jimmie Dolan – amico di Dave e attivista di cause civili. La responsabilità potrebbe essere da ricondurre a Fat Sam Figorelli, mafioso di New Orleans che prospera sulla produzione pornografica, ma Dolan si è distinto pure per le proteste sollevate contro la discarica nei terreni abitati dalla popolazione di colore dei residui della lavorazione del petrolio.
E qui ad essere chiamato in causa è Merchie Flannagan, dirigente di un’azienda petrolifera con commesse in Afghanistan e che si attende ulteriori profitti dalla guerra in Iraq (il romanzo è del 2003), genero di Castille LeJeune, stimato membro della locale aristocrazia terriera nonché decorato in Corea, marito di Theodosha, con cui Dave ha avuto una relazione in passato e che continua ad essere a disagio in sua presenza. Nonostante la situazione sia già complicata, ulteriori elementi vanno ad infittire la trama.
Elemento uno: la nipote di un famoso bluesman nero morto nel carcere di Angola sostiene che il terreno usato come discarica è in realtà il suo e che LeJeune e Flannagan l’hanno ottenuto con la frode.
Elemento due: tre ragazze minorenni si schiantano con l’auto contro un albero e vi muoiono bruciate dopo aver acquistato illegalmente alcolici in un chiosco di proprietà della compagnia di LeJeune/Flannagan.
Elemento tre: un killer professionista, ex militante dell’IRA, viene assoldato per eliminare padre Dolan.
Elemento quattro: Theodosha ha un ritorno di passione per Dave. Dave Robicheaux deve ancora una volta sbrogliare l’intricata matassa, pestando piedi e commettendo errori, causando la morte di persone e rischiando di perdere la vita egli stesso. E come mai prima Dave è tentato di tornare alla bottiglia, ingannevolmente consolatrice quanto tutto sembra essere contro di lui.
Eppure, nonostante gli sbagli, il biasimo di amici e colleghi, egli riesce a ricostruire ancora una volta il disegno di interessi che originano dal passato schiavista del sud degli States per esplodere nell’oggi globalizzato. Riesce ancora una volta a rendere giustizia agli oppressi di sempre, in questo caso alla memoria di un musicista nero finito in carcere prima e nella tomba poi fondamentalmente per aver creduto che la propria musica avrebbe potuto dargli dignità pari a quella dei bianchi.
E ci piace qui riportare i pensieri che Burke mette in testa al suo personaggio - nel momento in cui, legato in balia di due sicari, pensa di non avere scampo – come miglior ritratto, innamorato e realistico al tempo stesso, degli Stati Uniti: "Pensai al Paese in cui ero cresciuto e per cui avevo combattuto come soldato e come agente di polizia. Era il miglior Paese del mondo, il più nobile, il più equo, il più democratico esperimento della storia dell’uomo. Era un luogo grandioso e fantastico in cui vivere, per cui valeva la pena di combattere, come avrebbe detto Ernest Hemingway. Thomas Jefferson lo sapeva, e lo sapevano anche Woody Guthrie, Dorothy Day, Joe Hill, Molly Brown e i sindacati. (...) E al diavolo tutti i politici e i capitani d’industria che ingigantivano i tiranni del Terzo Mondo in modo da inculcare la paura nei loro elettori in America. L’America era sempre l’America, il Paese che tutto il mondo tentava di emulare, in cui il rock e le poesie beat di Jack Kerouac sarebbero sopravvissuti a tutti gli interessi veniali che la minacciavano".
Oggi però rock e poesie beat sembrano sopravvivere desolatamente sole ma indomite come il nostro Dave.
Francesco Mazzetta


il Quotidiano della Calabria
25 Maggio 2006

Tutti i Sud del mondo nella Louisiana di Burke

I Sud di tutto il mondo assomigliano alla Lousiana di James Lee Burke. Zavorrati da un passato che non si decide mai a lasciare il passo al futuro, tiranneggiati dalla rabbia e dall’ingiustuzia. Terra magica e intossicata; dal potere, dalla prepotenza, dalla storia. L’ultimo romanzo di Burke, protagonista il poliziotto cajun Dave Robicheaux di New Iberia,è Ultima corsa per Elysian Fields (Meridiano Zero, pagg. 384, Euro 15.50). C’è una particolarità non da poco, in questo libro del più importante cantore della Lousiana: è l’ultimo libro prima di Kathryna, l’uragano che ha sconvolto e semi-distrutto New Orleans. Fa quindi impressione leggere di luoghi che forse non esistono più, o che nel frattempo si sono trasformati in qualcos’altro.
New Orleans era ancora, nel 2003, descritta come "un ospedale psichiatrico all’aperto appollaiato su una gigantesca spugna". Di lì a poco la spugna non avrebbe retto più. Per chi ha letto i precedenti romanzi di Burke, Dave Robicheaux è un caro amico: qui scopriamo che nel frattempo è morta di lupus sua moglie Bootsie, che la sua casa (costruita dal padre decenni prima) è andata distrutta in un incendio. Non se la passa troppo bene, il vecchio Dave. E gliene capiteranno di cotte e di crude in questa nuova puntata dall’intreccio complicato; ma non preoccupatevi se non tutto si afferra all’istante.
Burke ha il dono del tratto ambiguo, le scene finiscono sempre qualche riga prima di quando potrebbero, come un sipario che ha fretta di chiudersi. I piani sono paralleli e colmi di oscure intersezioni. Ma la forza è nell’ambientazione sudista, paludosa, feroce. Piena di fascino e melma: la nebbia sul Quartiere Francese di New Orleans, i neon di Bourbon Street, i conflitti razziali, l’aria umida carica di pioggia nel crepuscolo viola, il bayou ammantato di vapore, i ponti mobili sul Mississippi, le buganvillee sul "Café du Mond", il jazz, il blues e la musica cajun, i noci, gli eucalipti e le querce secolari, la cucina creola, il profumo di acqua salmastra, gamberi e ozono, i campi di riso allagati, i portici e le sedie a dondolo, le miserabili baracche separate dalle sontuose case vittoriane da un attraversar di strada.
Come al solito c’è un ricco antefatto da indagare nel tempo trascorso, in un tira e molla tra passato e presente, e in questa occasione i gangli infetti del passato risalgono ai primi anni ’50, alla sparizione mai chiarita del bluesman nero Junior Crudup, detenuto nel famigerato carcere di Angola – i detenuti si tagliavano i tendini per non entrarci – e mai più uscito da quelle celle. Svanito nel nulla. La storia emblematica di Junior lancia la sua eredità su un presente minaccioso e insalubre. Perché tutto sisvolge ancora sulla stessa terra, tra le piantagioni di canna da zucchero e le prestigiose magioni dei signorotti. Non può esserci pace, oggi, in una terra che si è nutrita, ieri, di crudeltà e di ingiustizie.
Il sottobosco di Burke è abitato da attori porno, sicari dell’IRA in odore di conversione, costruttori corrotti, guardie carcerarie molto più criminali dei delinquenti che dovrebbero sorvegliare, preti in trincea nei quartieri malfamati, balordi, gestoridi chioschetti, magnati che hanno costruito la loro fortuna e rispettabilità sulla sistematica sopraffazione. Robicheaux ha metodi suoi, non ortodossi, è un poliziotto problematico, alquanto ellittico rispetto all’ortodossia dell’Arma, ma molto vicino ai bisognosi.
Ha una sua idea dell’etica e la applica come può, a sue spese, in un’America che fluttua perennemente da una guerra all’altra: secondo conflitto mondiale, Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, ancora Iraq, serbatoio di reduci incattiviti, lo stesso Robicheauax è un reduce del Vietnam. In una New Orleans cui viene premonizzato il futuro da un barbone del "Louis Armstrong Park", che pronuncia la sua farneticante (ma mica tanto, poi) sentenza: "Questa non è New Orleans! Questa è la città dei morti. È solo che non lo sapete ancora".
Gianluca Veltri


tuttolibri
17 Dicembre 2005

I tre del noir

Non è cult se non sa d’alcol James Lee Burke, James Crumley e Derek Raymond: c’è un elemento comune, l’alcol, a legare quasi indissolubilmente questi tre scrittori cult, nelle loro grandezze siderali e nei loro rapidi precipizi etilici di cui nutrono non solo i loro eroi ma anche, e soprattutto, se stessi.
È il vero tratto noir che unifica esistenza e scrittura: annegare nel vizio e nella disperazione, come se fosse quello l’unico oblio per l’unica e autentica redenzione possibile.
Incominciamo con Burke (Ultima corsa per Elysian Fields). Alti e bassi in una ballata plumbea che vede protagonista un Dave Robicheaux vedovo di Bootsie, sua seconda amatissima moglie, alla deriva tra i suoi bajou e la solita spietata crudezza del delta di un Mississippi perennemente illuminato di immense folgori simili ad alberi luminosi appesi nel cielo più cupo. Il romanzo ha per maschere ambigue uno strano prete, una vecchia e aristocratica famiglia del bayou Teche, due o tre laidi gangster italo-americani, un pornomalfattore, un killer fuori di testa, qualche angosciosa puttana, una vecchia fiamma di gioventù e l’usuale stormo di morti ammazzati.
Il consueto cast di eletti-reietti insomma, necessario a una vicenda tesa, ossessiva, spesso spasmodica. Ma questa volta c’è qualcosa di più: un cammeo di rara bellezza che, da solo, vale il romanzo.
È una sorta di amarissima fiaba noir all’interno di un impetuoso fiume che tutto trascina con sé. È la storia tragica e poetica di Junior Crudup, un detenuto nero nei campi di lavoro dello spietato e disumano carcere di Angola, che quando tirava fuori la sua chitarra Stella a dodici corde sapeva affascinare tutti, compresa la grande dama bianca che dalle terrazze della sua villa a forma di nave ascoltava e piangeva di commozione ai suoi blues. Determinando però, nota dopo nota, la sua inevitabile sventura. [...]
Piero Soria


motortravelinfo

Cosa farà Dave Robicheaux nella New Orleans di oggi, messa in ginocchio dalla natura e dalla stupidità degli uomini (per dirla con Michael Moore: dov’erano gli elicotteri della guardia nazionale quando ce n’era bisogno per portare in salvo vite umane nella Louisiana allagata?).
Per il momento non lo sappiamo: Ultima corsa per Elysian Fields (Meridiano Zero, 377 p., Û 15,50) è stato scritto prima del disastro ambientale ma non di meno un diverso tipo di disastro incombe su Dave.
La casa bruciata, la moglie morte, la figlia lontana, il negozio di esche sul bayou ceduto a Batist, il vecchio nero che l’aiutava a condurlo. Anche la compagna della polizia di New Iberia, Helen Soileau si è in qualche modo allontanata da lui quando il suo nuovo incarico di capo della polizia le impone un approccio meno diretto ai problemi, quale è quello invece preferito da Dave.
Approccio spesso deleterio, perché i problemi che si trova ad affrontare non sono semplici delinquenti dal grilletto facile, ma piuttosto nodi contorti di ingiustizie che ramificano nel passato schiavista per sbocciare in un presente ancora più cieco e disumano. E’ ficcandosi a testa bassa nei problemi che Dave scopre che lo spaccio illegale di alcolici ai minorenni (con il corollario di un’auto schiantata contro un albero in cui bruciano vive tre ragazze) ha molto a che vedere con l’assassinio avvenuto molti anni prima di un prigioniero nero del carcere di Angola – un prigioniero che pensava che la propria musica potesse in qualche modo renderlo diverso e libero -, e che queste due cose insieme hanno molto a che fare con i residui della lavorazione del petrolio scaricati sulla terra della popolazione di colore trasformando quest’ultima in un ricettacolo di veleni che fa ammalare e morire persone e cose.
Dave anche stavolta fa molti errori, ed attacca anche le persone sbagliate. Ma chi è davvero innocente tra i grandi proprietari terrieri di un tempo – ovviamente bianchi – e i magnati del petrolio di oggi, che sfruttano le nuove guerre per diventare ancora più ricchi? Dave riuscirà anche stavolta a risolvere almeno in parte un caso ingarbugliato quanto la rete dei bayou, ma il prezzo pagato sarà stavolta ancora più alto del solito.
Per consolarsi Dave pensa al : "[...] Paese in cui ero cresciuto e per cui avevo combattuto come soldato e come agente di polizia. Era il miglior Paese del mondo, il più nobile, il più equo, il più democratico esperimento della storia dell’uomo. Era un luogo grandioso e fantastico in cui vivere, per cui valeva la pena di combattere, come avrebbe detto Ernest Hemingway.
Thomas Jefferson lo sapeva, e lo sapevano anche Woody Guthrie, Dorothy Day, Joe Hill, Molly Brown e i sindacati. [...] E al diavolo tutti i politici e i capitani d’industria che ingigantivano i tiranni del Terzo Mondo in modo da inculcare la paura nei loro elettori in America. L’America era sempre l’America, il Paese che tutto il mondo tentava di emulare, in cui il rock e le poesie beat di Jack Kerouac sarebbero sopravvissuti a tutti gli interessi veniali che la minacciavano".
Francesco Mazzetta

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 18.03.2013.

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