Fuoco sulla montagna

Fuoco sulla montagna

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Autore: Edward Abbey

Come una bolla d’aria miracolosamente intatta in una nave capovolta, nel ranch di John Vogelin sopravvive ancora il vecchio West. Siamo nel 1960 e quel punto minuscolo sulla carta geografica degli Stati Uniti è un luogo fuori dal tempo, sotto assedio, irrimediabilmente alla fine. Le eterne cavalcate, i cow boys che distinguono al primo sguardo le tracce di qualsiasi animale, il sogno dell’autosufficienza e di un’esistenza in comunicazione diretta con la natura, le piante, le stelle sono incompatibili con il ventesimo secolo.
Sul ranch incombe la certezza di un esproprio: c’è la guerra fredda e bisogna aumentare le basi missilistiche. Ma John è nato nel ranch: al di là di quella terra arida, dura, amata di un amore totale, per lui c’è solo la minaccia di una vita ormai indecifrabile.
Con la grandezza di chi incarna perfettamente un’epoca e non può accettarne il tramonto, John Vogelin si prepara alla guerra contro gli Stati Uniti d’America. Al suo fianco, contro poliziotti dal grilletto facile, burocrati polverosi e militari pieni di boria si schiera soltanto il nipotino dodicenne Billy, che sta passando l’estate al ranch. È molto giovane, ma è già nell’età dell’orgoglio e della ricerca di sé.
La sua paura: essere considerato un bambino; il suo sogno: abbandonare madre, padre e le comodità della città per restare sempre tra gli uomini veri, a domare cavalli selvaggi, a dormire accampato nel deserto, indifferente a scorpioni e vedove nere, a "mangiare cactus a colazione e a bere sangue per cena". È attraverso i suoi occhi che seguiamo lo svolgersi di un lungo duello, un crescendo che alterna i colpi di carta bollata ai colpi di fucile, in cui l’individualismo si scontra con il patriottismo e la natura con la tecnologia. Per Billy è una lezione durissima, una accelerazione forzata sul percorso della crescita.
Abbey suggerisce una possibile mediazione tra il vecchio West e la brutalità della Storia: del progresso si può prendere il buono e lasciare il cattivo, come fanno i pellerossa. Ma c’è molto dolore nell’ammissione: "anarchia ormai significa anacronismo."


"Resister molto, obbedire poco"
- E. Abbey -



Autore

Edward Abbey (1927-1989), filosofo, saggista e romanziere, esordì come scrittore negli anni Sessanta dopo aver lavorato a lungo come guardia forestale nei parchi nazionali di mezza America.
Arrivato al successo con The brave Cowboy, che divenne un film interpretato da Kirk Douglas, con The Monkey Wrench Gang fu consacrato eroe della nuova ondata ecologista americana, diventando al contempo autore di primo piano nel panorama letterario americano.

Recensioni


i Duellanti
Marzo 2004

1960, New Mexico. John Vogelin è un vecchio che vorrebbe finire tranquillamente i suoi giorni nel ranch di famiglia. Un luogo speciale, dove il mito della Frontiera sopravvive intatto e dove ogni estate lo raggiunge il nipotino dodicenne Billy. Per il ragazzino una scuola di vita, per l’anziano un modo per tramandare il senso di un’esistenza in assoluta comunione con la natura. Poi sul ranch capita la tegola di un esproprio: c’è la Guerra fredda e bisogna allargare le basi missilistiche. John non si piega, non capisce perché dovrebbe. Anzi, si ribella e dichiara guerra agli Usa: "Resistere molto, obbedire poco".
E allora dalle ingiunzioni del tribunale si passa direttamente al fucile, allo scontro e alla certezza della sconfitta. Figura apparata e praticamente sconosciuta (da noi) della letteratura americana, Edward Abbey è un autore di riferimento per gli ecologisti statunitensi. Guardia forestale, anarchico convinto, provocatore, con una carica rivoluzionaria indomabile, è stato a più riprese accusato di essere fonte di ispirazione per gli eco-terroristi (Unabomber era un suo attento lettore).
Il suo romanzo più celebre, The monkey wrench gang (I sabotatori, sempre Meridiano Zero), è una baldanzosa epopea (del tritolo) anticapitalistica. Abbey è morto nel 1989, verrebbe da dire per sua fortuna, vista la deriva repressiva che attanaglia gli Usa post-11 settembre.
Di lui ci rimangono molti saggi e acute riflesioni sul rapporto uomo-natura, sul senso di libertà nelle società moderne e il suo Brave Cowboy portato sullo schermo da Kirk Douglas.
Massimo Rota


il manifesto
2 Ottobre 2004

Un ranchero a cavallo contro i missili

Fuoco sulla montagna, lo scontro tra un americano doc e l’esercito Usa. Un romanzo di Edward Abbey John Vogelin sicuramente non è un comunista, Anzi, il contrrio: il suo anticomunismo è viscerale come quello di qualsiasi "buon americano" negli anni ’60. Di più: probabilrnente non vota, ma se mai lo ha fatto quasi crtamente è stato per i repubblicani.
In sostanza John Vogelin è la quintessenza di uno di quei fascisti anarchici e individualisti così bene raffigurati nei film.di John Milius. Uno di quegli individui che sono sì americani, e perciò anticomunisti, ma prima di tutto giurano fedeltà e obbedienza a se stessi mal sopportando qualsiasi governo, anche il proprio. E una storia decisamente miliusiana è la narrazione del conflitto - immaginario ma non troppo - tra John Vogelin ed il governo americano che possiamo leggere nel bel romaazo di Edward Abbey.
Fuoco sulla montagna
(Meridiano Zero, Euro 12). Il suo autore, morto nel 1989, è famoso per l’impegno ecologista e per il romanzo The monkey wrench gang, pubblicato sempre da Meridiano Zero col titolo I sabotatori. In quest’ultimo romanzo, in realtà pubblicato in origine nel 1962, leggiamo dell’anziano John Vogelin. Proprietario di un ranch nel New Mexico. Vogelin è un padrone d’altri tempi, restio a scucire denaro per i dipendenti, una famiglia di origini messicane, ma che in compenso li considera come se fossero la sua famiglia, lasciandoli liberi di disporre dei beni del ranch. Che in realtà però non sono molti, dato che l’arido deserto su cui è costruito produce a malapena la sterpaglia necessaria ad allevare una mandria di magre vacche. Dunque parrebbe un buon affare che il terreno serva all’esercito per condurre test missilistici e infatti tutti i vicini hanno venduto volentieri le loro proprietà al governo. Ma non John Vogelin, che su quella terra è nato e vuole morire.
"Questa terra è la mia terra!" proclama guthrianamente a tutti gli emissari dell’esercito e del governo. E il governo, di fonte a tanta risolutezza, aumenta le sue offerte fino a proporre per la terra una cifra decisamente più alta del suo valore, arrivando perfino a tollerare che Vogelin ci rimanga a vivere, tranne che. durante gli esperimenti. Ma per Vogelin il ranch è un’estensione della sua vita che egli conosce minutamente nei cicli stagionali, nelle rigide leggi che regolano la convivenza con gli animali selvatici. Ne conosce i percorsi di sopravvivenza al punto da non avere neppure bisogno della corrente elettrica e gli unici due simboli della modernità che apprezza sono il pickup e il frigorifero a butano.
A raccontarne la storia è il nipote che trascorre al ranch le vacanze estive. Il giovane capisce l’attaccamento del nonno per la sua terra, perché con gli occhi di ragazzo ne vede la bellezza selvaggia non contaminata dalla politica o dall’economia. Ed esattamente come il nonno non ha nulla da perdere al difenderla e tutto da perdere a lasciarla all’esercito. Ecco allora che come in un moderno western la tensione sale tra i Vogelin e l’esercito fino al confronto conclusivo. Alla fine entrambe le parti riescono a vincere, ognuna a modo suo.
Ma se John Vogelin alla fine ottiene quello che ha sempre desiderato, è il suo modo di vedere le cose ad uscirne sconfitto, schiacciato da una ragion di stato che ancora non si chiamava globalizzazione ma che ne era sicuramente una premessa.
Francesco Mazzetta


il mattino di Padova, la tribuna di Treviso, la nuova Venezia

8 Marzo 2004

Nel profondo West Storie di oggi in difesa del mito

Quando George Bush mette lo stetson dei cowboy, fa la caricatura dell’America profonda, dell’America della frontiera, dei pionieri e degli allevatori, della vita ai confini del mondo, condotta sfidando, col solo coraggio, la forza della natura. Perché Bush è un texano del petrolio, è figlio di una transizione che ha segnato in modo indelebile il West, trasformandolo in un mondo ambiguo e scostante, in cui il vecchio mito è corrotto nel profondo dalla presenza dei pozzi e del denaro. Rimangono gli stivali, i cappelli, le camicie western, la musica country e poco d’altro. O forse no, rimane qualcosa di più profondo e disperatamente anarchico, un vero West che sopravvive nella pagine di scrittori come Cormac McCarthy, in qualche film di Clint Eastwood o, nella versione più morbida, di Kevin Costner, e che, forse non a caso, sembra rinvigorirsi in questi tempi. Attendendo il nuovo western di Kevin Costner, escono quasi in contemporanea in Italia due romanzi importanti sull’etica del West.
Ambientati tra Texas e New Mexico raccontano quasi la stessa cosa, e cioè l’ultima disperata lotta di uomini antichi perché la natura non venga stravolta, perché la loro vita dura e coraggiosa non venga cancellata dalla memoria, perché i valori dell’individualismo americano non vengano sacrificati a quelli di un individualismo economico che tutto schiaccia e tutto appassisce.
Raccontano, insomma, la lotta tra due Americhe, che ai nostri occhi possono sembrare molto simili, come confondiamo Bush con un cowboy, ma non lo sono affatto. Meridiano zero ha pubblica per la prima volta in Italia Fuoco sulla montagna di Edward Abbey, una delle figure mitiche dell’ecologismo americano, autore di saggi e romanzi, interprete di un anarchismo naturalistico intriso dei valori pioneristici.
Una figura distante dalla cultura europea, sicuramente poco catalogabile eppure centrale per capire, appunto, una parte rilevante dell’America profonda, quella dei deserti e delle praterie.
In Fuoco sulla montagna, ambientato negli anni Sessanta, Abbey racconta la guerra personale di un settantenne che cerca di salvare il suo ranch dall’esproprio imposto dal governo per costruire al suo posto nuove basi missiistiche.
Abbey è innamorato del mondo selvaggio del West e come già nei Sabotatori arriva a difendere una sorta di diritto alla sovversione ecologista, ben prima di Greenpeace. Così il vecchio John Vogelin si sente in diritto di dichiarare guerra agli Stati Uniti per salvare il suo ranch anche se a fianco si trova solo un nipote di dodici anni.
C’è, nei libri di Abbey, una sorta di istanza regressiva, che non ha nulla, però, di nostalgico o reazionario. E’ piuttosto la difesa delle autenticità contro la contraffazione, della natura contro la sua distorsione, del vero cappello da cowboy contro le pallide imitazioni.
Niccolò Menniti-Ippolito


Mucchio Selvaggio
29 Marzo 2004

E’ del 1962 e si ambienta giusto un paio di anni prima, Fuoco sulla Montagna. Prima che divenisse corretto e in qualche modo obbligatorio un certo modo di sentire. Prima che un mucchio di cose entrassero nel cliché, il libro di Abbey affresca l’epopea western della frontiera al suo capolinea. Varca la soglia che conduce da un mondo all’altro: di qua la natura, il rispetto delle leggi millenarie, la continuità, la saggezza pellerossa gelosamente custodita; di là il mostro della modernità, prepotenza del potere che invade le vite individuali. Un bambino di dodici anni, Billy, va a trascorrere l’estate dal nonno John, nel New Mexico. Sarà l’ultima. Il governo sta requisendo tutti i terreni della zona e creando un’enorme area di collaudo missilistico, per proteggere i cittadini americani dall’onnipresente minaccia sovietica.
Nulla è più artificioso e lontano da nonno John quanto questa minaccia sovietica. Lui sa solo che la sua vita è lì, nel ranch, e non può lasciare al governo la sua casa senza morirne. Inizia così un’ostinata resistenza passiva, che incontra l’unìca adesione del nipote Billy, mentre tutto il mondo non può comprendere la testardaggine di un vecchio caprone destinato all’estinzione. La mistica del corral e della prateria sono esaltate dal punto di osservazione di un ragazzino un po’ infatuato, imbevuto di machismo, disposto a tutto pur di non tornare dai genitori nell’Est Coast urbanizzata, che ha perduto la poesia dei pionieri. Così il ragazzo consuma un’estate iniziatica, combattuto tra frontiera e progresso, tra il prolungamento dell’infanzia e l’urgenza di scendere a patti con il mondo. I tramonti rosseggianti del New Mexico sono descritti con senso cinematico; il sole è implacabile sullo stridìo delle locuste, terra sublime che lascia senza fiato.
Dentro un racconto piano e un po’ convenzionale, Abbey introduce molti temi etici di non semplice scioglimento. Le ragioni del vecchio nonno si scontrano con un passato nient’affatto irreprensibile: la terra rubata agli Apache, i ranch costruiti sfruttando i messicani; insomma, è sempre un fatto di prospettiva. Già vista all’epoca, agli inizi dei ’60, la modernità è per lo scrittore americano un elemento di corruzione da demonizzare, e il rifiuto del progresso l’unica via possibile per la schiatta di eroi al crepscolo come John.
Gianluca Veltri


Pulp
Maggio 2004

Gli immensi, silenziosi, assolati orizzonti della frontiera americana.
Questo ci racconta Edward Abbey nei suoi romanzi. Una frontiera al crepuscolo che vive nei ricordi di leggende cadute, di uomini vecchi attaccati alla memoria di luoghi stravolti dall’approssimarsi di una civiltà urbana che non può fare sconti a nessuno, nemmeno ai miti archetipi di una nazione. Edward Abbey ci racconta la lotta dei resistenti, da buon filosofo libertario, ecologista prima che l’ecologismo diventasse un fenomeno di massa. Abbey lo era già nel 1962 quando fu scritto Fuoco sulla montagna, finalmente pubblicato dalla Meridiano zero di Padova, casa editrice che ha l’indubbio merito di avere dato alle stampe tre anni fa I sabotatori, riconosciuto capolavoro dello scrittore americano. "Abbagliante Nuovo Messico". Con queste parole comincia il romanzo.
Abbagliante come il sole che batte senza sosta sullo sperduto ranch di proprietà di John Vogelin, coltivatore duro e testardo, un cowboy con il senso dell’onore marchiato sulla pelle. Abituato a confrontarsi quotidianamente con un deserto in passato popolato solo da Apache nomadi. Ma il suo ranch sta per essere sequestrato dal governo degli Stati Uniti, che ha bisogno della proprietà Vogelin per ampliare i propri campi di esercitazioni militari. Comincia così una lotta impari fra lo stato federale e l’anziano contadino, spalleggiato solo dal nipote Billy, voce narrante del romanzo, e dall’amico Lee, uomo di frontiera anche lui, sebbene ormai disilluso e consapevole. Facile prevedere chi sarà il vincitore. Come ne I sabotatori non è importante chi alla fine prevalga, era comunque già scritto. Ciò che veramente rimane è l’eroismo della resistenza di fronte a una forza soverchiante, il gesto romantico, folle e disperato: bellissimo nelle sue conseguenze estetiche - specie se raccontato da Abbey, che al consueto stile ritmato e garbatamente descrittivo unisce una nota melanconica di grande impatto emotivo. Lo splendido finale riconcilierà il lettore, come un rito di purificazione che allontana gli spettri di una civiltà industriale egoista e miope, che già allora sembrava avere smarrito il significato del proprio ruolo nel mondo. Nel 1962. Più di quaranta anni fa.
Alessandro Bertante


lettera.com
Maggio 2004

Un anziano proprietario di un ranch nel New Mexico lotta con il nipote contro l’esproprio governativo, necessario ad allargare le basi missilistiche della guerra fredda.
Fuoco sulla montagna: l’ultimo cowboy
Un cowboy lo riconosci sempre da come mangia. Se non mangia come un lupo deve avere qualcosa che non va. 1960, New Mexico: nel pieno della guerra fredda, da lì a due anni scoppierà la crisi di Cuba, il governo degli Stati Uniti d’America requisisce terreni per ampliare le basi missilistiche. John Vogelin, proprietario di un ranch in una terra aspra, durissima e affascinante invece di partecipare al virtuale confronto nel mondo diviso, intraprende una sua personale battaglia. A difesa del ranch, ma anche del territorio, della sua bellezza e dei suoi modi, antichi e rudi, di vivere. Lo aiuta soltanto il nipote Billy, da tempo trasferitosi in città, ma legatissimo al nonno e al ranch. Il confronto genera un romanzo che si legge d’un fiato, seguendo il percorso di almeno un paio di temi che si sovrappongono.
C’è il nucleo centrale, quello particolarmente caro ad Edward Abbey, di un’ecologia attiva nella tutela del territorio e dei sentimenti, anche a costo di scontrarsi con le ideologie patriottiche (come già era successo in I Sabotatori) e con l’inevitabilità della storia e c’è la crescita e la ribellione di Billy che vede negli ideali del nonno una sorta di ultima spiaggia per fuggire alla banalità e al tran tran della vita.
Con scenari degni di Cormac McCarthy e una dolcezza che, direbbe Jim Harrison, è soltanto una sincerità dell’anima, Fuoco sulla montagna è un bel romanzo sul crepuscolo del West e delle sue libertà, che il lettore apprezzerà tanto per le suggestioni, quanto per la scorrevolezza.
Marco Denti


motortravel.info
Settembre 2004

Il paesaggio è uno dei protagonisti di (quasi) tutti i migliori romanzi (e film) western. Semplicemente è il paesaggio stesso che fonda il genere: l’immensità selvaggia di fronte alla quale i coloni e i loro problemi e drammi si trovano ridimensionati. Un paesaggio che anche oggi, sebbene colonizzato, industrializzato, inquinato, rende al viaggiatore l’idea dell’immensità incontaminata. Così è per l’angolo del deserto del New Mexico descritto in Fuoco sulla montagna (Meridiano Zero, Euro 12) di Edward Abbey.
Pur essendo ambientato all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso (gli stessi anni in cui il libro è stato originariamente scritto) possiamo parlare per esso di genere western (allo stesso modo del resto della trilogia dei cavalli di Cormac McCarthy o di The Hi-Lo Country, stupendo film di Stephen Frears che chissà perché da noi non è ancora uscito in DVD...) proprio perché è sul possesso di questo territorio che uomini si sfidano fino ad arrivare ad un vero e proprio "duello" finale. I contendenti sono l’anziano John Vogelin, proprietario di un ranch su cui crescono yucche e sterpaglie appena sufficienti a dare nutrimento alla stentata mandria che alleva, e nientemeno che l’esercito degli Stati Uniti, che vorrebbe espropriargli la terra per farne una base missilistica.
Benché i soldi offerti per il ranch dal governo superino abbondantemente il suo valore reale, il vecchio cowboy rifiuta cocciutamente di andarsene dal luogo in cui è nato e che conosce alla perfezione, tanto da non aver bisogno di altro mezzo di locomozione che il suo cavallo (tranne per il pickup che gli serve per fare provviste in città) e neppure dell’energia elettrica. Il conflitto tra il vecchio Vogelin e il governo degli Stati Uniti ci è raccontato dal punto di vista del nipote, Billy Vogelin Starr, che trascorre la sua ultima estate in vacanza dal nonno, cavalcando con lui alla ricerca di cavalli dispersi e di puma delle montagne. E’ attraverso i suoi occhi che vediamo come sia distruttivo il progresso, rappresentato appunto dall’esercito, se non moderato dal rispetto per l’ambiente.
Chi vincerà questo conflitto è abbastanza facile immaginarlo, anche se la conclusione non è poi così scontata e il vecchio cowboy riuscirà comunque alla fine a soddisfare le sue speranze.
Francesco Mazzetta


wumingfoundation.com
Giugno 2004

Edward Abbey è l’autore di The Monkey Wrench Gang, tradotto in Italia da Meridiano zero col titolo I sabotatori. Fuoco sulla montagna è stato scritto prima, quindi si può benissimo leggere anche senza conoscere la "gang della chiave inglese". Tuttavia, ascoltate un cretino: se non avete ancora letto I sabotatori, lasciate perdere questa recensione. Procuratevelo in qualsiasi modo e fate il vostro dovere. Poi, con la coscienza a posto, tornate pure a leggere quel che vi pare.
Magari proprio Fuoco sulla montagna, dove la vena anarco-ecologista dell’autore si dispiega già in modo molto consapevole ed efficace, col solo difetto di indugiare a volte in maniera troppo compiaciuta nelle descrizioni di nuvole, cieli e arbusti del New Mexico. Il risultato è che la narrazione ci mette un po’ a partire, giusto qualche pagina di troppo, qualche lieve caduta di ritmo, per poi prendere il volo e atterrare soltanto sulla parola fine. La storia è semplice come un western: il governo degli Stati Impuniti d’America (nell’originale: Benighted States, cioè Stati Ottenebrati) deve costruire una base aeronautica e per farlo ha bisogno di confiscare il ranch al vecchio John.
Ovvio che il proprietario non voglia nemmeno sentirne parlare, deciso a morire nelle terre che la sua famiglia possiede da quasi un secolo (dopo averle sottratte agli indiani con l’inganno, gli fa notare qualcuno). Accanto a lui, il nipote di dieci anni, che trascorre tutte le estati al ranch, vorrebbe essergli al fianco fino alla battaglia finale, mentre l’amico Lee, anche lui innamorato di quelle terre, cerca di far ragionare il vecchio, nonostante tutto, in nome del bene comune (cioè la sicurezza nazionale, che come bene comune fa effettivamente acqua da tutte le parti). Quando ho letto questo romanzo avevo appena consegnato all’editore Guerra agli Umani. Mi sono stupito a ritrovare intrecciati molti temi tipici del supereroe troglodita. Evidentemente c’è un unico filo invisibile che tiene tutto assieme.
Anche qui ci sono l’uomo e la Natura, il Selvatico e la Civiltà, mescolati con una riflessione sul valore, non solo strategico, dell’assedio, sulle radici e sull’identità, sull’individualismo e sul senso della lotta. Poco importa che la posizione di Abbey, per tutta la durata del romanzo, sia spesso difficile da condividere. Importa che ci faccia riflettere, mettendo continuamente in corto circuito cuore e cervello. Per poi sorprenderci con un finale epico e struggente, che restituisce dignità anche alle affermazioni più indigeribili, e con un filo di rassegnazione di troppo, ci consegna suggestioni destinate a interrogarci anche oltre l’ultima pagina.
Wu Ming 2

Edward Abbey (1927-1989), dolente cantore della resistenza (il più delle volte individuale e individualistica) all’ecodevastazione, ambienta le sue storie nei vasti spazi della Frontiera americana, in una sorta di "Thoreau meets Peckinpah" che miscela western crepuscolare, nostalgia della wilderness e difesa della piccola proprietà minacciata dall’invadenza del governo federale.
Quest’ultimo punto è certo il più ambiguo politicamente, il meno facilmente digeribile, almeno da un punto di vista europeo e di sinistra: viene facile accostare certi umori e comportamenti a quelli dell’anarco-capitalismo alla Ayn Rand, o addirittura delle "milizie" di ultradestra che prosperano nell’America profonda. In realtà, si tratta di pulsioni da sempre presenti nella storia dei movimenti radicali americani, non necessariamente coniugati in modo reazionario, né riconducibili a categorie politico-economiche nate in Europa.
La Frontiera era un ambiente peculiarissimo, e il New Mexico in cui si svolge Fuoco sulla montagna è stato per lungo tempo una grande anomalia: la più antica "zona di contatto" tra europei e autoctoni (Coronado vi giunse da ovest nel 1540), terra per lungo tempo prevalentemente ispanofona e teatro di dure lotte anticapitalistiche, ritenuta tanto poco "americanizzata" da divenire stato dell’Unione soltanto nel 1912.
L’argomento è complicato, per cui mi limito a rimandare agli studi di Bruno Cartosio (di cui consiglio l’ultimo saggio pubblicato dalla ShaKe, Operai e contadini in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico). Fuoco sulla montagna, scritto nel 1962, racconta la resistenza armata del vecchio John Vogelin contro l’esercito degli Stati Uniti, che vuole espropriare il terreno della sua fattoria per costruirci sopra una base missilistica. Siamo nell’anno della "crisi dei missili" a Cuba, nel pieno della guerra fredda, ma Vogelin se ne fotte: lui non si ritiene un cittadino dei Benighted States.
Lui appartiene a quella terra, la terra su cui morirà e dove intende essere sepolto. L’unico ad aiutarlo nell’impresa disperata è suo nipote Billy, che come ogni anno trascorre l’estate nel ranch. Tutta la storia è vista con gli occhi di Billy, e suo è il percorso iniziatico che il libro racconta. Un romanzo commovente e attualissimo, utile a tutti i disertori dello "scontro tra civiltà".
"Ti appartiene davvero, questa terra? E’ davvero tua? Cent’anni fa l’avevano gli Apaches, era tutta loro.
Gliela rubarono tuo padre e altri come lui. La ferrovia e i grandi allevatori hanno cercato di rubarla a tuo padre, e poi a te. Ora te la ruberà il governo. Questa terra è sempre stata brulicante di ladri... Fra cent’anni, quando saremo tutti morti e sepolti e dimenticati, la terra sarà ancora qui, e sarà ancora la stessa inutile distesa riarsa di sabbia e cactus, e qualche altro ladro senza cervello la recinterà e strillerà che è sua, che gli appartiene, e dirà agli altri di stare alla larga".
Wu Ming 1

Visto che leggerete nello stesso numero di Nandropausa altre recensioni di questo libro, andrò direttamente al centro della questione senza perdere tempo con riassunti, delimitazioni di campo eccetera. Questo è un libro che certamente presta il fianco a critiche di ordine, si diceva un tempo, ideologico. Se si rimane alla superficie, cioè se si vede la vicenda con gli occhi fanciulleschi dell’Io narrante, è tutta una questione di indipendenza, irriducibilità, individualismo, ben narrata, avvincente e carica di suggestioni romantiche e politicamente preoccupanti.
Certo, la vicenda del vecchio in lotta contro gli Stati Impuniti suscita simpatia, ma nulla più, forse. Eppure esiste un altro piano di lettura, mi pare, molto più esistenziale e decisivo. Questa non è la storia di un irriducibile individualista. Questa è una storia metaforica sul diventare vecchi. Un’analisi sulle reazioni possibili alla senilità. Un modo per sottolineare che adeguarsi o meno ai tempi può essere una necessità, ma è soprattutto una scelta. Che il proprio tempo interiore non si vende. E’ la parte più preziosa di ognuno. Il vecchio vuole continuare a vivere nell’unico modo che ritiene degno. Da qui il suo eroismo, stupido e tenero.
Wu Ming 5


rootshighway.com

2 Marzo 2004

1960, New Mexico: nel pieno della guerra fredda, da lì a due anni scoppierà la crisi di Cuba, il governo degli Stati Uniti d’America requisisce terreni per ampliare le basi missilistiche. John Vogelin, proprietario di un ranch in una terra aspra, durissima e affascinante invece di partecipare al virtuale confronto nel mondo diviso, intraprende una sua personale battaglia. A difesa del ranch, ma anche del territorio, della sua bellezza e dei suoi modi, antichi e rudi, di vivere. Lo aiuta soltanto il nipote Billy, da tempo trasferitosi in città, ma legatissimo al nonno e al ranch. Il confronto genera un romanzo che si legge d’un fiato, seguendo il percorso di almeno un paio di temi che si sovrappongono.
C’è il nucleo centrale, quello particolarmente caro ad Edward Abbey, di un’ecologia attiva nella tutela del territorio e dei sentimenti, anche a costo di scontrarsi con le ideologie patriottiche (come già era successo in I Sabotatori) e con l’inevitabilità della storia e c’è la crescita e la ribellione di Billy che vede negli ideali del nonno una sorta di ultima spiaggia per fuggire alla banalità e al tran tran della vita.
Con scenari degni di Cormac McCarthy e una dolcezza che, direbbe Jim Harrison, è soltanto una sincerità dell’anima, Fuoco sulla montagna è un bel romanzo sul crepuscolo del West e delle sue libertà, che il lettore apprezzerà tanto per le suggestioni, quanto per la scorrevolezza.
Marco Denti

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 30.05.2013.

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