Estate

Estate

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Autore: René Frégni

Paul ha un piccolo bistrot e una vita semplice nel sud della Francia. Un giorno, passeggiando sulla scogliera, incontra una donna bellissima. Sulle rocce della Provenza, spazzate dal maestrale, lei dà inizio a un gioco sensuale, fatto di attrazione e ambiguità. Sylvia è scostante e imprevedibile, e nella sua insaziabile ricerca di amore trascina Paul in una spirale di seduzione. Si dà e si ritrae crudelmente.
Non gli nasconde di avere un uomo, un pittore al quale si sente accomunata dal passato e da un identico destino di follia. Per quella donna fatale, i due uomini, come burattini, seguono i fili di una passione soffocante, esaltante e insieme dolorosa, fino al tragico atto finale.
Sotto la canicola estiva del Mediterraneo, Frégni dimostra come il noir possa raccontare l’amore, il desiderio bruciante, l’attaccamento morboso, la gelosia sempre più cupa e disperata che conduce oltre i limiti, in quella zona dove l’amore e la violenza si stringono in un abbraccio mortale e dove qualsiasi uomo potrebbe diventare un assassino.


"Frégni sa giocare bene con la suspense, ci tiene tutti con il fiato sospeso."
- la Repubblica -



Autore

René Frégni ha fatto conoscenza con la scrittura a 19 anni, alla prigione militare.
Finito in cella d’isolamento, ha perso subito ogni voglia di sorridere ma ha incominciato a scrivere poesie, leggendo Giono, Dostoevskij, Genet. Quando non è più riuscito a sopportare quel grigiore è evaso dal carcere e, disertore, ha passato la frontiera con documenti falsi. Ha girato in lungo e in largo per l’Europa, facendo mille mestieri, finché ha deciso di ritornare in Francia, dove ha trovato lavoro in un ospedale psichiatrico e lì è rimasto per sette anni.
Da quell’osservazione quotidiana della follia è rinata la voglia di scrivere, prima pièces teatrali, poi sette romanzi, molto acclamati dalla critica e dal pubblico francese.



Recensioni

eclipse-magazine.it
30 Giugno 2010

Quando il noir incontra il sole caldo della Provenza Può una tranquilla estate nel sud della Francia trasformarsi nello scenario ideale di un noir?
Sì se ci troviamo nel mondo di René Frégni: un mondo fatto di uomini semplici e di donne manipolatrici, di amicizie vere e di amori sanguigni. E di paesaggi assolati che nascondono terribili verità. Neppure la dolce Provenza sembra sfuggire a questo destino.
Sembra un’estate come le altre, calda, ventosa, a volte arida. Paul osserva tutto dal suo piccolo ristorante: lavora, guarda la gente passare e la sera fa due chiacchiere con i suoi amici, pochi, ma sinceri. Ma nel mondo di René Frégni la vita di un uomo può essere sconvolta solo da una bellissima donna: non una donna qualsiasi, ma una pericolosa femme fatale.
Sylvia è l’incarnazione di Lauren Bacall, di Greta Garbo e di Louise Brooks: capricciosa, imprevedibile, pericolosa e soprattutto amante di un altro uomo. Per colpa sua la tranquilla estate francese si trasformerà in un paesaggio torbido, dalle sfumature noir. Perché per René Frégni non esiste amore senza ossessione, né tantomeno una storia che non si tinga di nero.
E in ogni storia noir che si rispetti si arriva sempre ad un punto, un punto di rottura, in cui le azioni, anche le più crudeli, assumono una vita propria: impossibile tornare indietro o cambiare le cose. Per René Frégni una storia d’amore non è fatta solo di dolcezza così come un omicidio non rappresenta solo la morte di una persona. Così anche l’estate più tranquilla che si possa immaginare si trasforma in un film di Howard Hawks, dove le donne nascondono torbidi segreti e gli uomini faticano a scoprirli.
Ma sotto il sole caldo della Provenza non sempre i buoni vincono e qualche volta le donne fatali riescono davvero a distruggere la vita di chi le ha amate.
Elisa Carrara


lideablog.wordpress.com
16 Giugno 2010

Beh, più o meno siamo stati tutti innamorati, almeno una volta nella vita.
Non importa di chi: un uomo, una donna, un cane, un gatto oppure una capra. Abbiamo tutti provato quella pulsione irrefrenabile verso l’oggetto del nostro innamoramento sconsiderato, quella pazza follia che ci portava a non dormire di notte e rendere reale quella canzoncina del cazzo che fa così: "Ogni mattiiina, uouo, ed ogni seeera, uouo, ed ogni noootte ho in meeente te". Poi, dopo circa sei mesi, tutto passa.
Se vi va bene vi resta l’amore, quello tenero, quell’affetto fatto di consapevolezza e complicità che completa la vostra metà della mela, tanto per dimostrare che sono una persona colta e citare Platone o Aldo, Giovanni e Giacomo.
Se vi va male vi resta qualche debito e quel mal di testa post sbronza. Tanto era solo una puttana o uno stronzo sposato.
Però, diamine, quelli sì che sono momenti che valgono la pena d’essere vissuti. Quello sì che si chiama vivere, quello sì che riempie il concetto di "respirare". Basta non esagerare con ’ste botte di endorfine e dopamina, altrimenti la nevrosi è dietro l’angolo, come ci racconta in modo magnifico René Frégni nel suo breve romanzo Estate.
Il tutto dura lo spazio di una stagione, quei tre mesi in cui gli amori si rincorrono, gli uccellini cinguettano un po’ più forte e le corna volano di qua e di là. "Io rinascerò, cervo a primavera". Contento lui. Anche il protagonista di Estate, Paul, rinasce, il problema è che per rinascere bisogna prima morire. E morire è una gran rottura di palle, anche perché spesso – almeno nei noir – questa speciale categoria di morte si associa quasi sempre a qualche cazzata commessa dal protagonista. Paul, ovviamente, non fa eccezione.
Certo, Sylvia, in questo caso più rea che mai, ci mette del suo per far andare fuori di testa un povero maschio in calore, ma a tutto c’è un limite. Paul se ne sta andando a zonzo per la spiaggia dopo una giornata di lavoro al bar-ristorante aperto sulla costa mediterranea della Francia insieme all’amico Tony, uno particolarmente avvezzo a buttare gli incassi mensili al casinò.
Guarda di qua e guarda di là non ti vede ’sta stragnocca mezza biotta con i capelli lunghi al vento che scrive un diario? Attacca bottone. Se poi questa, al secondo appuntamento, ti ci fa il bagno nuda come mamma l’ha fatta, insomma, il maschio non è mica fatto di legno, vi pare? Paul si innamora, non capisce più niente. Pianta lì il lavoro, fugge in montagna con Sylvia, si incasina e apre un conto bello lungo con il fidanzato in teoria ufficiale di Sylvia. Già, perché la signorina è già fidanzata con un pittore sbevazzone. Questo è un problema.
Questo sembra avere anche le mani piuttosto pesanti e non approvare granché il nuovo amichetto della sua ragazza, ha qualcosa da ridire. E, come mi è già capitato di scrivere anche in passato, quando gli uomini iniziano a battersi il petto e a delocalizzare il loro unico neurone nelle zone basse, a pensare con il pisello, detto in termini scientifici, i guai in vista arrivano a chilate. Ma mazzi e mazzi. Estate è un noir che più noir non potrebbe. Il tema trattato è decisamente ostico, allo scrittore poco accorto o con scarso talento la scivolata verso il tascabile Harmony o la sceneggiatura della 15.876.524esima puntata di Beautiful è sempre dietro presente, lì alla riga dopo.
Frégni, invece, ne fa un affresco torbido e sensuale di cos’è l’innamoramento o, almeno, la sua deriva patologica, la sua ossessione.
In una storia breve e rapidissima lo scrittore francese entra nei meandri della mente umana, in particolare di quella maschile – l’unica mente di cui posso vantare una qualche esperienza diretta per pluriennale frequentazione –, ma senza tralasciare l’esplorazione asessuata della comune necessità di essere amati e desiderati, di essere l’oggetto dei sogni e dei desideri di un’altra persona.
Gira e rigira sembra avere sempre ragione quel filosofo contemporaneo che è Marco Ferradini: "Cerca d’essere un tenero amante, ma fuori dal letto nessuna pietà".
 In amore vince chi fugge. Sylvia ha elevato a patologia psichiatrica questo rimedio della nonna per gli amori non ricambiati, passeggiando pericolosamente sull’orlo del precipizio della tragedia. Ma è pur vero che le migliori cose nella storia della letteratura sono state scritte grazie o per colpa dell’innamoramento, a maggior ragione se non ricambiato: "Forse ho bisogno di prove d’amore. L’amore non esiste, esistono solo le prove d’amore. E non l’ho detto io" [pag. 133].
Se Leopardi si fosse trombato Silvia sarebbe stato un disastro. Ok, forse non per lui. Ma sei mesi di obnubilamento valgono l’immortalità nella storia della letteratura? Forse sì.
Andrea Pelfini


kultvirtualpress.com


… Voici le troisième! Ecco il terzo, sì, romanzo tradotto in Italia di questo marsigliese, erede a tratti del ben più celebre Georges Simenon.
Un Simenon senza il suo Maigret, però, ma con tanto di leitmotiv che caratterizza il suo stilema di autore di genere (il noir): la Caduta agli Inferi. Caduta ispirata, causata da una profonda solitudine interiore (in questo si riverbera l’eredità del Simenon) del personaggio principale, sempre un uomo, sempre in precario equilibrio su una vita solo apparentemente fatta di rassicuranti trantran.
In quest’ultimo Estate, il protagonista si chiama Paul, è ristoratore assieme ad un socio (Tony), cuoco sopraffino ma afflitto dalla dipendenza dal gioco d’azzardo. Tony cerca in Paul il suo argine, ciò che non lo faccia letteralmente tracimare nell’abisso senza fondo della sindrome del Gambler. Ambedue si arrabbattano tra affari che vanno bene e ritmi massacranti di lavoro, quand’ecco che nella vita di Paul irrompe la Follia, personificata da un’ammaliante Sylvia. Molto diversa dalla Silvia leopardiana, anche se ne condivide nome e nazionalità.
Sylvia infatti è una psicopatica – assassina, la chiama Tony – in plenissima regola. Come al solito, il travolto (Paul) si perde e si danna irrimediabilmente. Spettatrice della discesa agl’inferi, è ancora una volta Marsiglia, la selvaggia, l’abbacinante, dove il cielo è sempre più terso che altrove, grazie al Mistral che la spazza come la Bora Trieste. Marsiglia dei ristoranti, delle pizzerie (i francesi, peraltro, tendono a pronunciare le due zeta come nel nostro idioma si pronuncia zappa; con un effetto che lascio immaginare ai lettori); Marsiglia delle periferie sotto i calanchi; Marsiglia che impotente assiste alla dannazione di Paul, come degli altri protagnisti degli altri romanzi di Frégni. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, perché scorrevole e… rilassante. Sì, avete capito bene: l’ideale, sotto l’ombrellone. Anche se vi è trattata la follia umana.
Anche se vi si legge in filigrana un sostanziale pessimismo dell’autore: la saviezza, la tranquillita, sono – pare egli dirci – soltanto una crosta superficiale. Sotto, e ben poco sotto, ribolle il magma, la lava.
La Follia, appunto. Pare confermare quest’interpretazione anche un’altra costante narrativa del Frégni: i manicomi e/o le case di riposo, dove vengono rinchiusi – parcheggiati, diremmo – i Vinti. Paradossalmente, la si scampa proprio lasciandosi andare nel vortice della Follia "da savi". Così poi si ha il tempo di leccarsi le ferite, e chissà, di rimettersi in carregiata. Fino alle prossime Circi, maschi o femmine che siano…
Elisabetta Blasi


Mucchio Selvaggio
giugno 2005

Dedicato a tutti gli orfani di Jean-Claude Izzo

A chi non è capitato di innamorarsi perdutamente di una donna bellissima dalla quale veniva però considerato soltanto un amico?
Non so a voi. A me sì.
Di una donna bellissima e sconvolta da una storia sentimentale difficile.
Alla ricerca di qualcuno con cui confidarsi. Bella roba!
Meglio dare un taglio subito ad una relazione così, no?
Eppure a volte siamo innamorati a tal punto da illuderci che l’amicizia possa trasformarsi in qualcosa di diverso. E intanto stiamo male come cani e trattiamo ancor peggio i nostri amici che cercano di aprirci gli occhi.
Non vi è mai capitato? Ne sono felice per voi. Ma anche dispiaciuto. Perché sono emozioni a tal punto forti da non trovare molti equivalenti nel resto della vita.
Anche a Paul, proprietario a metà di un ristorante piccolo ma "trendy" con l’amico Tony, capita un’esperienza del genere. Innamorato della vita e delle donne, non s’aspettava d’essere travolto in maniera tanto assoluta dalla passione.
E invece gli è bastato vedere Sylvia seduta su uno scoglio a scrivere su un quaderno per perdere la ragione assai più del suo socio Tony davanti ad un tavolo da gioco. Ma Sylvia è già impegnata con un pittore geniale e squattrinato, che l’ha legata a sé in un rapporto torbido e violento. E comunque lei lo ama e non lo può lasciare così, per Paul.
Che vede come un amico, come qualcuno con cui confidarsi, magari anche con cui fare sesso assoluto e selvaggio, ma non come qualcuno per cui potrebbe lasciare il pittore che, poverino, chissà come potrebbe reagire… Storia banale che finirà in modo banale: al peggio con un pezzo di "nera" tra le pagine di un quotidiano. Storia banale ma raccontata in maniera esemplare e trascinante da uno scrittore francese dal nome italiano che descrive Marsiglia e dintorni e ama la musica, il vino e la buona cucina.
Dedicato dunque a tutti gli orfani di Izzo, perché sapranno scoprire in Fregni uno scrittore assolutamente diverso ma altrettanto da amare. Francesco Mazzetta nonsolonoir.blogspot.com 22 Giugno 2010 In una mai nominata, ma riconoscibile Marsiglia contemporanea, il malinconico Paul – un uomo che, se solo non avesse dovuto "lavorare ogni singolo giorno della sua vita", avrebbe voluto fare lo scrittore, e che da dieci anni cerca la seconda frase per un romanzo che probabilmente non avrà mai né il "tempo né il coraggio" di scrivere –, tira avanti alla meglio, gestendo, con l’amico Tony, il ristorante Petit Farci; è anche riuscito a fare del semplice gesto di "lavare tazze e bicchieri in piedi dietro il bancone" guardando "le donne che attraversano la piazza", il suo "piacere più grande".
Certo, ogni tanto, la notte, quando si ritira nella sua stanza sopra il ristorante e "sotto i tetti", esausto per il lavoro della giornata, sente un po’ il peso della solitudine e delle promesse mancate, ma, be’, ha visto momenti peggiori… o almeno così gli sembra, finché l’incontro con la splendida Sylvia, malinconica aspirante scrittrice, non gli mostra tutta la monotonia, la vuotezza della sua vita. Improvvisamente, solo una cosa conta: l’amore; l’amore di Sylvia, l’unico in grado di trasformare una primavera di eterne (e mai mantenute) promesse di felicità, in un’estate di realizzazioni. Ma le cose non sempre sono quello che sembrano, e, tanto per cominciare, per conquistare Sylvia, Paul dovrà vedersela con un concorrente, il violento pittore Altona, al quale la donna si sente legata in maniera indissolubile…
Scritto con la sorprendente linearità(1) del miglior Frégni, Estate, è un romanzo atipico, che rientra nel quadro del noir in virtù di una cornice "delittuosa", e per via di una certa (nel caso specifico giustificatissima) misoginia di ritorno(2), ma se ne distacca per modi, ritmi ed esito: non solo perché il "fattaccio" avviene molto avanti nell’intreccio, e occupa una parte relativamente breve del testo, ma anche per l’aperta violazione dell’assunto secondo il quale "il crimine non paga" – vincolo narrativo quasi imprescindibile per il noir(3) classico –; sul finale (sia pure retrospettivo e nostalgico(4)), la vicenda sembra infatti lasciar filtrare uno spiraglio di luce, come a dire che, in fondo, c’è speranza per tutti. "Impressionista" ma "psicologico", "morale" ma d’"intrattenimento", "scarno" ma "ambientale", "attraversato", ma non "dominato" dal caso, Estate, di René Frégni, si impone al lettore come oggetto letterario dalle mille spiazzanti (ma piacevoli) contraddizioni…
(1)Volendo indulgere a un facile (troppo facile) biografismo, si potrebbe ricondurre lo stile piatto, e la sintassi semplice, dal passo corto (non si esce, qui, in neppure un’occasione, dalla paratassi), e l’uso, al di fuori del dialogo, di frasi brevissime, alle giovanili difficoltà d’apprendimento dell’autore. In realtà, la semplicità della narrazione rientra in una deliberata scelta mimetica, rivolta non tanto alla natura del protagonista, quanto ai suoi desideri: struttura semplice per un personaggio in cerca di una vita semplice, fatta di piaceri quotidiani, albe, tramonti, incontri con la donna amata ecc. Assolutamente fuori luogo, in questo caso, qualunque preoccupazione relativa all’efficacia della prosa: la lingua "alleggerita" di Frégni, non solo ottiene il suo effetto, tratteggiando, in maniera deliberatamente naif, voci, profumi, ambienti, e arrivando a evocare la qualità della luce (quelle albe, e quei tramonti marsigliesi che i lettori di noir, orfani di Izzo da ormai un decennio, hanno troppo spesso cercato altrove), ma facilità l’identificazione (già piuttosto scontata, data la scelta del narratore autodiegetico e della focalizzazione interna fissa) del lettore con il protagonista e con le sue ambizioni.
(2)Il romanzo ripropone il mito della femme fatale, tentando persino una giustificazione (in senso narrativo, e non morale) psicologico/genetica del comportamento "deviato" del personaggio…
(3)Il principio è stato normativamente imposto, in maniera più o meno esplicita, dal "Motion Picture Production Code" emanato da Hays nel 1930; un’analisi dell’effetto della censura cinematografica sull’hard boiled prodotto nell’epoca classica del cinema hollywoodiano potrebbe forse aprire nuove prospettive su alcune direzioni prese dal genere in epoca più recente, dal noir esistenzialista alla rilettura neo-tragica proposta, tra gli altri, da Gilles Deleuze.
(4)C’è nel testo un’impercettibile slittamento all’indietro: la narrazione, che parte al presente (l’eterno, monotono, presente della vita di Paul, anonimo gestore del Petit Farci), finisce con un blocco di testo al passato remoto "il giorno dopo salii su una nave e lasciai che fossero le onde a occuparsi della mia stanchezza"; la cesura, formalmente irrintracciabile (brevi brani al passato remoto sono anacronicamente rintracciabili qua e là nel testo), è ovviamente costituita dall’incontro con Sylvia. Lo sguardo retrospettivo (evocato dalla scelta verbale, ed esplicitamente affermato, con l’intenzione di chiarire i moventi dell’agire della donna amata) e la scelta di "affidarsi alle onde", nel tentativo di lenire una stanchezza che ha tutta l’aria di essere non fisica ma emotiva, conferiscono al personaggio un credibile tono dolente…
Fabrizio Fulio-Bragoni


scritture.blog.kataweb.it
30 Aprile 2006

L’ossessione amorosa, in quanti modi è stata raccontata.
Si poteva fare altro, infilare la testa nell’abisso con una apparente delicatezza che inganna. Che all’inizio appanna. Amore che si fa malattia, dolore, desiderio e dannazione: "Perché era tornata? Perché aveva scelto me per tirar fuori quel peso di dolore, quel fiume di sofferenza? Si era seduta su quel terrazzino che guardava il mare, aveva attaccato a parlare di colpo senza nemmeno vedermi e poi se n’era andata.. Non mi ero mai sentito così leggero, così forte, così bello… sublime era qualunque cosa vivesse, palpitasse, saltasse, fuggisse…"
Si tratta di poche righe dal romanzo Estate di René Frégni, scoperta recente, che, come sempre quando trovo uno scrittore che mi segna indelebilmente di tracce anche drammatiche, terribili, marginali, entusiasmanti, erotiche e amorose la mente e le budella, mi fa sentire piena. Di gratitudine. D’incanto.
Un’allucinazione di sentimenti estremi, fortissimi.
Francesco Mazzetta sul Mucchio Selvaggio ha scritto che è un romanzo dedicato "a tutti gli orfani di Jean-Claude Izzo" e io lo ero, certamente. Io che ho letto Izzo decine di volte. Io che cerco i volti-caleidoscopio di Marsiglia in ogni volto, io che ci vado appena posso. Quasi sempre. C’è Marsiglia nella bella scrittura di Frégni, lui è uno scrittore di Marsiglia a tutti gli effetti che narra strade e odori, umori e tragedie con la sua cifra, con la sua poesia tragica, con il suo sguardo delicato e popolare. C’è una matrice, una scenografia, Marsiglia nei romanzi non può non pretendere questo ruolo fondamentale, questo misto di atmosfere. Questo esserci, comunque.
Davide Malesi sul suo blog www.licenziamentodelpoeta.splinder.com scrive cose belle e dure su questo libro, una chiave di lettura precisa, che non fa sconti : "Estate è pure un romanzo spaventoso, tout court. O meglio, è un romanzo spaventoso anche prima di pagina 107.
Ci sono dentro sentimenti, angosce, ossessioni, pensieri che fanno paura. E fa paura la freddezza con cui l’io narrante riesce a dirceli. Sapete, noi viviamo in un’età di piccole passioni e di piccoli sentimenti e di piccole vendette e di piccole miserie e di piccole morti. Queste cose – queste piccole cose – sono la vita, la nostra vita, e noi le accettiamo. E invece: la freddezza con cui l’io narrante mette in piazza, condivide con noi, le sue enormi passioni e i suoi feroci sentimenti e le sue turpi miserie e le sue tragiche morti, è a tratti disumana. O meglio: distante dall’umanità nostra. L’io narrante, nonché protagonista, di Estate appartiene evidentemente a un’umanità che contempla enormi passioni e feroci sentimenti e turpi miserie e tragiche morti (senza le morti, tecnicamente parlando, un romanzo d’amore e di morte non si può fare).
" Io ho percepito l’essenza animale dell’amore che viene narrato. (amore? forse malattia? dannazione? predestinazione?) Cannibale, fatale, dalla grana pericolosa, fatta di una voracità che pervade ogni riga, non solo quando si parla d’attrazione, demoniaca o festosa. Anche malefica e celestiale, in alternanza da smarrire il senno: "Stregato ero stregato. Fino a che punto era diabolica, lei?… Brancolavo nel buio, non avevo un chiodo a cui appendere la mia lampada."
C’è l’attrazione del cibo che viene cucinato da Tony, l’amico che prepara piatti deliziose a Le Petit Farci, l’amico solo apparentemente comprimario di questa storia, in realtà figura importante, sempre col cane Mozart che lo segue fedele, accogliente ed aperto, amico vero e disincantato come la città, amico perduto nel gioco ma razionale nelle cose d’amore e di cibo: "Lui è il miglior cuoco della città, io non ero del mestiere anche se li ho fatti tutti, i mestieri. Il nome l’ho trovato io, dato che nessuno fa i petits farcis – le verdure ripiene – buoni come i suoi, e nemmeno le melanzane alla parmigiana." Questo scrittore, Frégni, ha una biografia che è una rincorsa all’avventura, all’azzardo, una biografia che è essa stessa romanzo; si dice che ha conosciuto la scrittura a diciannove anni, alla prigione militare.
Ha letto di tutto, Giono, Genet, Céline, poi è evaso, ha passato la frontiera con documenti falsi, ha fatto mille mestieri, poi è tornato in Francia, ha lavorato in un ospedale psichiatrico per anni. Osservando la follia, le sue manifestazioni, le sue distonie, le sbarre, il filo spinato, la cura, l’affanno, osservando le storie, ponendosi come compassionevole testimone, grande occhio ed orecchio, durante questi anni a lavorare da infermiere fra gli ultimi degli ultimi, è riemersa la scrittura.
E la scrittura come demone e necessità è presente in tutti i suoi romanzi, come La città dell’oblio e Nero Marsiglia, in attesa del prossimo che Meridiano zero pubblicherà prima dell’estate, consiglio di leggerli tutti in un soffio. Luminoso come la luce della città portuale, la più chiara e più bella del mondo, e caldo come il sole che carezza chi passeggia sulla Corniche. Mi accorgo che l’entusiasmo per Frégni che narra e vive una delle città che più amo, che sta diventando la vera capitare culturale della Francia (scrittura, cinema, musica) mi ha portato un po’ lontano da Estate. Da questo romanzo che è passione incendiaria pura.
Quella che racconta, e quella che prende il lettore e non lo lascia più.
Francesca Mazzucato


licenziamentodelpoeta.splinder.com
4 Marzo 2005

Un buon libro, ovvero dritte per svoltare Mi dicono: Scusa Malesi, ma è un po’ che parli solo di Film Che E’ Meglio Non Vedere, di Posti In Cui E’ Meglio Non Andare. Ed è un po’ che non parli di libri. Però sarebbe meglio se non parlassi di un Libro Che E’ Meglio Non Leggere. Perché invece non parli di un Libro Che Val La Pena di Leggere? Così, tanto per cambiare.
E io dico: Avete ragione, parlerò di un Libro Che Val La Pena di Leggere. Così, tanto per cambiare. Per puro caso, ho appena terminato di leggere un bel romanzo. S’intitola Estate e l’ha scritto un francese, René Frégni. E’ una storia d’amore e di morte e si può leggerla in un’ora circa, salvo poi tornarvi (io ho già deciso che vi tornerò). Non fatevi ingannare dall’etichetta in copertina: Noir. Ultimamente va assai di moda questa etichetta: e va bene, i libri bisogna pur venderli. Ma dire che Estate è soltanto un Noir è riduttivo, Estate è una storia d’amore e di morte (scusate se è poco). Storia d’amore e di morte con una bella sventagliata di ossessioni, angosce, tormenti, fallimenti, errori che saltano fuori, esplodono lungo il percorso, d’illusioni che si perdono lungo il percorso. Estate è, senza mezzi termini, un romanzo pieno di cose terribili.
La protagonista femminile, Sylvia, a pagina 113 dice cose terribili. Vi strazieranno, quelle frasi lì, se avete mai amato in vita vostra.
Qualunque sia il significato che date alla parola: amore. E il protagonista maschile, l’io narrante, a pagina 134 dice: "... il dolore non rende buoni. Le vittime di ieri sono spesso i mostri di oggi". Che a me sembra una cosa terribile. A voi, non so. Comunque. L’azione si svolge nel sud della Francia. Forse per un che d’incalzante e di affannato nella narrazione, è come una folata di vento che trasporta polvere, miserie, la cenere delle nostre illusioni e pure qualche cosa d’imponderabile e prezioso, com’è il gesto - o il temperamento, o la necessità, o quel che vi pare - di essere pronti a tutto per amore. Pronti a tutto. Vorrei a questo punto precisare che Estate è, per i primi sei capitoli - fino a pagina 106 - un romanzo spaventosamente prevedibile. Sappiamo quel che accadrà perché ci sembra inevitabile, ci sembra già scritto.
C’è un uomo, una donna, una scogliera (vi s’incontrano l’uomo e la donna), c’è un ristorante (dove lavora l’uomo, e dove l’uomo e la donna s’incontrano per la seconda volta, anzi è lei che viene a cercarlo quella seconda volta), c’è un’estate, c’è il viso della donna - "Avrei potuto dire che aveva tratti fini, regolari?... Erano sconcertanti. Mi respingevano e mi chiamavano. Mi sorridevano e mi insultavano...". C’è il corpo della donna - "... i suoi seni. Minuti, parevano anch’essi arroganti quanto gli occhi" -, c’è che la donna sta scrivendo un romanzo autobiografico, è una cattiva scrittrice, e come certe cattive scrittrici è tuttavia abile a trasformare in romanzo la vita sua e degli altri, se ci si mette d’impegno. C’è che la donna è bella, fin troppo (va detto che una donna difficilmente può trasformare in romanzo la vita degli altri, se non è molto bella). C’è poi un altro uomo. Un uomo, una donna, una scogliera, un ristorante che si chiama Le Petit Farci, l’estate, il viso della donna, il corpo di lei, un altro uomo, un brutto romanzo autobiografico - scritto dalla donna - che s’intitola Pasta al pomodoro. E un gran bel romanzo che s’intitola Estate Aggiungo per amor di completezza che se Estate è, per oltre cento pagine, un romanzo spaventosamente prevedibile, fa presto a cambiar registro. E a diventare un romanzo spaventosamente imprevedibile. Restandolo fino alla fine, da pagina 107 a 136.
Poi: Estate è pure un romanzo spaventoso, tout court. O meglio, è un romanzo spaventoso anche prima di pagina 107.
Ci sono dentro sentimenti, angosce, ossessioni, pensieri che fanno paura. E fa paura la freddezza con cui l’io narrante riesce a dirceli. Sapete, noi viviamo in un’età di piccole passioni e di piccoli sentimenti e di piccole vendette e di piccole miserie e di piccole morti. Queste cose - queste piccole cose - sono la vita, la nostra vita, e noi le accettiamo. E invece: la freddezza con cui l’io narrante mette in piazza, condivide con noi, le sue enormi passioni e i suoi feroci sentimenti e le sue turpi miserie e le sue tragiche morti, è a tratti disumana. O meglio: distante dall’umanità nostra. L’io narrante, nonché protagonista, di Estate appartiene evidentemente a un’umanità che contempla enormi passioni e feroci sentimenti e turpi miserie e tragiche morti (senza le morti, tecnicamente parlando, un romanzo d’amore e di morte non si può fare).
Le morti, in Estate, sono due. Una violenta, febbrile, scatenata, notturna. L’altra ancor più violenta, però calma, lenta, gentile, diurna. Poiché la seconda morte non è una morte fisica, la segnalo nel caso a qualcuno di voi sfuggisse: pagg. 131 e 132.
Il dialogo nel giardino della clinica psichiatrica. Casomai non ve ne accorgeste subito, pensateci bene e converrete col sottoscritto che quel dialogo è, né più né meno, una morte. E che l’io narrante ci racconta quella morte, ch’è un po’ anche la sua, con una freddezza disumana, o più precisamente distante dall’umanità nostra. Poi: la seconda morte ha anche il suo bravo funerale. Poiché è un funerale metaforico ve lo segnalo, nel caso a qualcuno di voi sfuggisse: pagg. 134 e 135.
Il dialogo nel ristorante. Casomai non ve ne accorgeste subito, pensateci bene e converrete col sottoscritto che quel dialogo è, per come stanno le cose in Estate, un funerale. E che l’io narrante ci racconta quel funerale, ch’è un po’ anche il suo, con una freddezza ch’è assai distante dall’umanità nostra. E per questo forse più umana. Forse si è più umani con enormi passioni e feroci sentimenti e turpi miserie e tragiche morti, che con modeste passioni e modesti sentimenti e insignificanti vendette e miserie dappoco e piccole morti. Mi fermo qui, sono al punto in cui rischio di diventare mistico e probabilmente non mi capireste, perché è sempre difficile entrare nel misticismo di qualcun altro. Leggete Estate, di René Frégni. Storia d’amore e di morte. E concludo: storia d’amore e di morte tradotta magistralmente da Claudia Zonghetti. Anche se l’autore è un uomo e l’io narrante è al maschile han fatto bene a farlo tradurre a una donna, questo libro, mi sa. Spesso le donne riescono a capirle meglio, certe cose.
Davide Malesi

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 21.03.2013.

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