Pioggia al neon

Pioggia al neon

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Autore: James Lee Burke

La tensione razziale della Louisiana, la bellezza decadente di New Orleans, i conflitti tra le nuove mafie e la vecchia criminalità, l’arroganza della aristocrazia bianca, gli odori della cucina creola, il jazz, e un testardo e indomabile poliziotto cajun: Pioggia al neon apre la saga del detective Robicheaux, mettendo da subito in scena tutti gli ingredienti che ne hanno fatto una delle più fascinose serie poliziesche americane. Pescando persici nei bayou, Robicheaux rinviene il cadavere con le braccia sforacchiate di siringa di una giovanissima prostituta di colore. Alcuni particolari, però, convincono il detective che non si tratta di una semplice overdose. Sospetti accresciuti dal fatto che nel giro di pochi giorni Robicheaux si ritrova con una taglia sulla testa, messa da un gruppo criminale colombiano. Potrebbe trattarsi di una questione legata al narcotraffico, ma la improvvisa entrata in gioco dei federali e del Tesoro lascia intravedere un intrigo più complesso. Che coinvolge la misteriosa consegna di una partita di armi in Nicaragua. Sfuggito per miracolo a una trappola mortale, il detective della Omicidi non può però evitare una sospensione da parte dei suoi superiori, che mal vedono i suoi metodi di indagine.
Mentre sprofonda verso l’alcol e gli incubi del passato – con i ricordi degli eccidi nel Vietnam di ieri che si confondo con le brutalità statunitensi di oggi in Centramerica –, Robicheaux sembra essere fuori gioco. Per respingere le accuse contro di lui, deve venire a capo dell’intrigo che ha sacrificato quella ragazzina nera a interessi più grandi di lei. Burke ci conduce nel primo coinvolgente viaggio tra le ingiustizie di quella Louisiana dove le regole del gioco sembrano eternamente truccate.
Perché, come canterebbe Leonard Cohen, "il povero resta povero, e il ricco continua ad arricchirsi".


"Una scrittura superba, un ritmo palpitante..."
- Publishers Weekly -



Autore

James Lee Burke nato a Houston e cresciuto tra il Texas e la Louisiana, di questi paesi racconta la storia sanguinaria e la natura imponente. Ha lavorato come operaio per una compagnia petrolifera, come reporter, professore universitario, impiegato all’ufficio di collocamento della Louisiana, e non solo.
Reso celebre in tutto il mondo dalla serie del detective Robicheaux, di cui Meridiano Zero ha pubblicato nel 2004 Sunset Limited, è tra i pochissimi ad aver vinto due Edgar Award per il miglior romanzo di crime fiction dell’anno. Da due dei suoi libri, Two For Texas (Meridiano Zero, 2004) e Heaven’s Prisoners, sono state tratte le versioni cinematografiche.
Visitate il sito di James Lee Burke: www.jamesleeburke.com



Recensioni


il manifesto
14 Novembre 2007

Squadroni della morte a caccia del detective cajun

Pioggia al neon
prima puntata della trilogia noir di James Lee Burke ambientata nella Lousiana, è il primo romanzo dedicato da James Lee Burke al detective cajun Dave Robicheaux. Pubblicato originariamente nel 1987, il romanzo ha visto la luce per la prima volta in Italia per Baldini & Castoldi nel 1998 e viene ora ripubblicato con nuova traduzione da Meridiano Zero.
È interessante vedere, rileggendo la sua prima avventura, come si è evoluto il personaggio e il contesto dell’intrico di bayou della Louisiana, descritto da Burke in modo da riflettere consapevolmente l’intreccio di interessi economici e di potere, che ogni volta si trova a fronteggiare. In effetti compaiono elementi diversi rispetto agli ultimi romanzi, su tutti il fatto che Dave è ancora nell’organico della polizia di New Orleans assieme all’amico Cletus Purcel. Ma non cambia l’intreccio di rispettabilità e crudele malaffare contro cui Dave si scaglia a testa bassa.
L’elemento che scatena gli eventi è il ritrovamento da parte di Dave, durante un tranquillo week-end di pesca, di quello che dopo essere stato scambiato per un alligatore in attesa sotto il pelo dell’acqua di un bayou si rivela essere il cadavere di una ragazza di colore. Le braccia martoriate di cicatrici fanno sì che venga accusato il suo spacciatore; il quale, però, prima di morire sulla sedia elettrica, confessa a Dave altri due omicidi – regolamenti di conti tra gang mafiose – per convincerlo di non essere lui il responsabile della morte della ragazza. Inizia così il testardo e doloroso (per lui e per chi gli sta vicino) processo che porterà Dave alla verità.
Una verità che – e diventerà ricorrente nella serie ideata da Burke – guiderà il detective, accusato di essere marxista per il suo prendersi a cuore i soprusi subiti da poveri e neri, a scoprire che l’omicidio della ragazza non è altro se non un effetto secondario del traffico d’armi, che dalla Louisiana parte in direzione dell’America centrale per armare e finanziare generali assassini e brutali torturatori. A questo punto è utile ricordare che all’epoca della pubblicazione di Pioggia al neon negli Stati Uniti era presidente Ronald Reagan, proprio in quel periodo al centro degli scandali per il finanziamento dei contras nicaraguensi. E per la prima volta, ma già con lucidità estrema, Burke mostra come gli interessi della criminalità organizzata (e in primis la droga) si vadano a fondere inestricabilmente con quelli della destra reazionaria, funzionando alla fine come uno schiacciasassi che passa senza distinzione sopra a poveri e sfruttati sia, nel Nord che nel Centro che nel Sud America.
Ma, come di consueto, Dave paga cara la verità. Dovrà infatti vedersela non solo con i killer della mafia locale, ma anche con ex soldati degli squadroni della morte, torturatori di professione e disposti a tutto per non far fallire i loro traffici. Lo lasceremo, alla fine del romanzo, con il fratello in fin di vita, un’amicizia distrutta e le dimissioni dalla polizia.
Scopriremo, nel seguente Prigionieri del cielo (secondo romanzo della serie, pubblicato nel 1994 da Baldini & Castoldi e portato sul grande schermo nel 1996 da Phil Joanou col titolo Omicidio a New Orleans, dove Dave è interpretato da Alec Baldwin) che i suoi guai sono solo cominciati.
Francesco Mazzetta


Publisher’s Weekly

In Pioggia al neon, il primo romanzo di Burke con Dave Robicheaux, il detective deve lottare contro la mafia, i contras, i federali e soprattutto contro altri poliziotti. I problemi iniziano quando Robicheaux insiste a investigare l’omicidio di una giovane prostituta e scopre che non sono solo i malviventi che vogliono tenere nascosta la verità: neanche la polizia la vuole.
La mala e le autorità si uniscono per incastrare Robicheaux, che si trova a dover fuggire per salvarsi la vita. Il detective, un cane sciolto dal dialogo ruvido e realistico, e la trama intricata ricordano i romanzi di Elmore Leonard.
Con le sue belle descrizioni di ambiente e le scene di azione spasmodica, questo romanzo è appassionante e inquietante.


Pulp
1 Settembre 2007

Debutto nel mondo letterario di Dave Robicheaux, vent’anni dopo la prima pubblicazione negli States Pioggia al neon ci viene riproposto, rispolverato e, grazie alla nuova traduzione, decisamente migliorato. Già dalla prima scena Burke parte in quarta.
Carcere di Angola, braccio della morte. Un criminale da strapazzo in attesa di esecuzione per un omicidio che, forse casualmente, non ha commesso, rivela al protagonista che alcuni colombiani meditano di assassinarlo, se non la smette di mettere il naso nel posto sbagliato. Ancora in servizio alla squadra omicidi di New Orleans, Robicheaux, che già al suo esordio si presenta come un personaggio riuscito e ottimamente strutturato, inzia la sua discesa nel torbido vortice di rabbia violenta e implacabile che anima il suo mondo.
Un mondo che non gli appartiene, ma dal quale non riesce a staccarsi, roso da un idealismo spesso controproducente, se non definitivamente fatale. Un mondo popolato da mafiosi in cerca di riconoscimenti sociali, da delinquenti nicaraguensi espatriati col loro bagaglio di crimini efferati, e da agenzie federali più deviate del Sifar. Un mondo nel quale gli svariati e noti tormenti che lo accompagneranno fedelmente nei successivi episodi, primo fra tutti l’alcol, cominciano a delinearsi minacciosi. Incapace di contenersi, nonostante la disillusione, cercherà disperatamente di combattere su due fronti. Contro la brutale realtà che lo circonda e contro un passato al quale riconosce l’ambigua veste di misura della propria identità, ma che al contempo lo condanna al supplizio del ricordo.
Assolutamente sprovvisto del dono della rimozione, non gli rimarrà altra scelta se non quella di sperare nel potere salvifico delle sue origini. La sottile linea che delimita il bene dal male è sistematicamente interrotta dalle multiple identità che lo circondano, e nelle quali Robicheaux è necessariamente costretto a riconoscersi.
L’autore inizia la saga in modo brillante e convincente, senza risparmiare giudizi non certo lusinghieri sulle istituzioni governative: per il pressappochismo e la corruzione che animano le forze. di polizia della Louisiana alla decisa condanna per i pasticci della CIA in America Centrale - oltre naturalmente alla fragranza di un Burke in splendida forma, deciso a elevarsi a maestro dell’hard-boiled.
Corrado Pipan


fasen.eni.it

Il primo, trascinante episodio della lunga saga dedicata a Dave Robicheaux alias Streak, un poliziotto con un passato contorto e una vita immersa nelle paludi della Louisiana, viene ristampato esattamente a vent’anni dalla sua prima uscita pubblica. Un anniversario degnamente celebrato perché proprio con questo romanzo James Lee Burke ha costruito il modello su cui poi si sono basati i numerosi episodi successivi con Dave Robicheaux protagonista, per quanto comunque ognuno indipendente dall’altro.
Un’attenzione maniacale al paesaggio, florido e turbolento, della Louisiana con tutti i riferimenti ai conflitti razziali e d’altra parte al melting pot di lingue, costumi, cibi e culture. Da Billie Holiday a Blind Lemon Jefferson, Dave Robicheaux sente un sacco di voci arrivare come spiriti, ma James Lee Burke affida al suo personaggio anche il compito di indagare nella storia, scontrandosi con intrighi del passato e del presente, dove nessuno si può proclamare innocente.
Avvincente come un thriller, denso come un romanzo noir, Pioggia al neon contiene anche tutti gli elementi di critica sociale che, tra le righe, ma anche piuttosto esplicitamente, James Lee Burke ha disseminato in una ventina di romanzi compreso il suo ultimo lavoro (al momento ancora inedito in Italia) che è dedicato agli effetti tragici dell’uragano Katrina e a tutto ciò che ne è seguito.
Marco Denti


freeforumzone.leonardo.it
3 Ottobre 2005

Come sapete io amo le saghe poliziesche, tanto che ne ho già "aperte" una decina di mastodontiche, fatte di almeno 4 libri per ognuna. Ebbene, se considero i primi numeri (le partenze di saga, insomma), questo Pioggia al neon di James Lee Burke è il meglio che io abbia letto.
Solo lo straordinario Codice di caccia di Sandford (probabilmente mai più ripetutosi a quei livelli) regge il confronto. E, off course, Dalia Nera, che peraltro è una forzatura considerare come parte di una saga perchè la quadrilogia di Los Angeles del buon James Ellroy è una creatura fuori da ogni schema (e da ogni possibilità di ripetizione, aggiungo). Dunque Burke parte meglio di Connolly, Connelly, Lehane, Rankin, Crais, Deaver, Willeford, Peace, Genna. Rileggendo questi nomi non si può dire che: sti cazzi!
Pioggia al neon è stato scritto nel 1987. Lo stesso anno di Dalia Nera e due anni prima di Codice di caccia. Cinque anni prima che iniziassero i best-buy di Connelly. Insomma, dei noir-heroes moderni solo Willeford è partito prima di Burke. Qualcosa vorrà pur dire.
Pioggia al neon
è attualissimo, e l’impatto con il romanziere della Louisiana è avvincente: si intuisce da subito il grande tessuto narrativo, la splendida capacità descrittiva – piuttosto lirica – la competenza e la bravura nel gestire acceleratore e freno. I momenti d’azione (tanti, ma non spara-spara) si miscelano benissimo ai numerosi momenti intimisti e ai ricordi del protagonista, quel poliziotto cajoun di nome Dave Robicheaux che nulla ha da invidiare a colossi come Harry Bosch e John Rebus in materia di carisma.
Robicheaux è un tipo estremo, ha una testa più dura di quella di Bosch ed è più manesco. Già in questa prima puntata si caccia in guai enormi e gli costerà parecchio uscirne. In questo Pioggia al neon (bel titolo metafora per i vizi alcolici del protagonista) ne succedono di tutti i colori, ma Burke non supera mai i livelli di credibilità; anzi, la collocazione sociale della storia è molto dettagliata e precisa, tanto che non si farà fatica a credere che tutto sia in effetti successo in quella splendida terra piena di "estremi" che è la Louisiana. Un clima ballerino e violento come la gente, criminali cinici e di varia nazionalità (l’Italia offre la sua parte migliore), richiami al passato e alle varie etnie, e su tutto e tutti la lunga ombra del Vietnam, che ha segnato gli anni ’80 di tanti reduci americani.
È un grande, Burke, si vede subito. Ha tantissimo dentro e lo si capisce dalle storie dei personaggi secondari che lui butta dentro in modo egregio e che sono sempre interessanti e originali. Non credevo possibile che un libro del 1987 mi potesse sorprendere, dopo aver letto centinaia di libri di genere; eppure lui ci è riuscito, non con i colpi di scena ma con la densità della sua narrazione.
Tanti eventi, tanto colore, e parecchio contorno ma senza la minima dispersione. Il romanzo è veloce, scorre bene eppure non è superficiale nè minimalista, anzi. Stilisticamente Burke è in questo libro nella norma dei narratori anni 70-80: uno Stephen King non prolisso, per intenderci.
Nessuna stranezza, nessuna soluzione originale. Solo una bella bellissima potenza di stampo classico.
Parlavo in apertura di thread di Burke come papà di Connolly: sì, ci siamo. John Connolly è il suo erede, decisamente.
La stessa potenza espressiva, l’amore per la natura mostrato con espressive e d insistite descrizioni e le ampie riflessioni (anche metafisiche) sul male. A mio parere Connolly ha un romanticismo e un lirismo leggermente superiori, e una capacità poetica davvero ineguagliabile. In compenso Burke è più veloce, meno tendente al ricamo.
L’amore per la rappresentazione del Male, quello senza limiti e ancestrale, è invece identico. Questo romanzo si presenta a piedi fermi e con le mani sui fianchi. È serio, duro, competente. Grande ambientazione, personaggi riuscitissimi, bell’intreccio e buon divertimento con l’aggiunta di qualche occasione per riflettere.
Che volere di più? Un goccio di Rhum e salsa cajun? Non mancate l’appuntamento con la Pioggia al neon. Non so se sia vero che di troppe saghe si muore, ma se fate fatica a trovare libri da amplesso stand alone, se i libri da una botta e via vi lasciano l’amaro in bocca (o lo lasciano a lei), se insomma non avete paura di perdere la vista, sparatevi quest’altra saga e godrete un sacco.
Agitare prima dell’uso.
Bad Desire


jamesleeburke.wordpress.com
14 Ottobre 2007

Dave Robicheaux: lo "strano" detective Il tenente Robicheaux del dipartimento di polizia di New Orleans "nasce" con Pioggia al neon e – per fortuna – non è ancora morto vent’anni dopo. Ha un soprannome, Streak, ed è un personaggio poco malleabile, da qualsiasi parte lo si prenda. Non è a casa sua nemmeno nella polizia e non a caso già alla fine del primo libro, si dimette dalla polizia: "Con il tempo ho imparato che il punteggio va avanti da solo. Tu continui a tenere sotto pressione il battitore, poi un giorno alzi la testa e guardando il tabellone scopri con piacevole stupore che il tuo punteggio è aumentato".
Ama il blues e ne ha una conoscenza-esperienza comune a tutti coloro che vivono in Louisiana. Riflettendo su Golden chain di Blind Lemon Jefferson, dice tra sè e sè: "Mi chiesi come mai solo i neri sembravano trattare realisticamente la morte nelle loro produzioni artistiche. I bianchi ne scrivevano come fosse un’astrazione, la usavano come strumento poetico, se ne preoccupavano solo quando era lontana. La maggior parte delle poesie di Shakespeare e Frost sulla morte sono state scritte quando erano ancora giovani. Quando Billie Holiday, Blind lemon Jefferson o Leadbelly cantavano della morte, sentivi il cane del fucile del secondino, vedevi una figura nera appesa ad un albero e alle sue spalle un sole tinto di rosso….".
Nel team dei commissari-detective-PI della letteratura, Robicheaux entra saltando la fase della panchina, delle riserve: è subito lì a giocare in serie A, con Maigret, Nestor Burma, Sam Spade e Philip Marlowe.
Vive modestamente, si cura del suo fisico, apprezza la cucina della sua terra, cerca di star lontano dall’alcool e non sviene per ogni sottanella che gli passa davanti. Conserva la forte presenza di un padre (scomparso) autentico e sincero. Non è "schierato". Non ha amici: l’unico "compagno" è (almeno i nquesto primo libro) piuttosto ambiguo. Ha combattuto in Vietnam. Conosce pregi e difetti dell’animo umano e per questo non giudica "a priori", ma lascia giudicare Dio. Già: Dave ha qualcosa di assolutamente imprevisto e insolitamente nuovo, è cattolico.
Come Jim Burke che l’ha creato. Non so perché, ma questo è un elemento che me lo fa sentire fuori da qualsiasi standard precedente. E per questo lo amo di più. Quando il richiamo dell’alcool si fa forte, Dave se ne torna sulla sua houseboat e si dice un rosario. Più tardi prega "Dio Onnipotente, non mi abbandonare, anche se io Ti ho abbandonato".
E mentre l’epilogo giunge per lui come per il mafioso DidiGee Giacano pensa "se non manteniamo le promesse che facciamo a Dio, perché dovremmo mantenere quelle fatte agli amici e ai superiori?". Che ci fa un detective violento con il rosario in mano? Siamo dalle parti della Leggenda del Santo bevitore di Joseph Roth.
Dave ha un difetto, evidente e colossale: non ha senso dell’umorismo. Non è Marlowe, che spesso discute con assassini o mandanti con il sorriso sulle labbra e nemmeno Grave Digger, risate e calibro 9. Dave si porta sempre sulle spalle il peso immane della sua esistenza barcollante e del mondo, ovunque vada e chiunque incontri.
Credo sia il segno di quanto partecipata sia l’esistenza del suo autore.
Walter Gatti


jamesleeburke.wordpress.com
14 Ottobre 2007

L’apparire di Pioggia al neon in libreria (alcuni anni fa e poi ora che Meridiano Zero l’ha ripubblicato) ci riporta "all’inizio" della vicenda di Dave Robicheaux e dell’opera di James Lee Burke. Il libro è del 1987 (pubblicato negli Usa da Henry Holt & Company).
La storia inizia nei giorni che precedono un’esecuzione capitale e termina con una vecchina di colore che sale sul tram e dice "Pioverà a catinelle stasera". In mezzo ci stanno tante cose: il tentato omicidio del fratello di Dave, Jimmie, le morti brutali di alcuni buoni e di alcuni cattivi, un traffico internazionale d’armi in cui sono coinvolti mafiosi, gangsters, killer e vecchi militari nobili nell’onore, ma senza più bussola morale.
In mezzo – tra giovani puttane, junkie e cinema porno – ci stanno i guai del tenente della omicidi di New Orleans, Dave Robicheaux, che nel dipanarsi della vicenda se la vede bruttissima con i fantasmi del suo passato (o presente….) da alcolista e con un collega-amico (Clete Purcel) simpatico, quanto inguaiato personalmente e ambiguo in certe "scelte professionali". C’è anche qualche raggio di sole, nella vita del tenente, che infatti (a pag. 42) incontra e ama un’assistente sociale, Annie Ballard, "sotto i 30, capelli mossi dal vento e grandi occhi", che diventerà sua moglie.
Ma in mezzo, nel cuore della storia, tra l’esecuzione nel carcere di Angola e l’epilogo, ci stanno i colori, gli odori, la musica e i sapori di New Orleans, della sua terra, della sua gente. Qui sta la novità assoluta. C’è tanta gente che mangia poor boy, una sorta di maxi panino farcito con insalata, salsa cajun, ostriche e gamberetti. C’è Dave che si mangia beignet al Cafè du Monde (che è un posto abitualmente frequentato da Burke: chi non c’è stato deve provare ad immaginarselo: un locale di metà Ottocento, in legno e ghisa, tutto verde e giallo, con le poltroncine in pelle blu e rossa; è stato risistemato dopo Katrina).
C’è tanto blues (come ha scritto Marco Denti nel magnifico pezzo da noi pubblicato) e ci sono tante riflessioni-blues. C’è anche tanta "presenza religiosa": Dave è cattolico e tra una sbronza e un omicidio tenta di affidare la sua anima a Dio.
C’è tanta vita, tanta realtà, tanto sguardo partecipato alle cose. Si seguono le pagine e "si vive New Orleans e la Louisiana" così come Simenon faceva vivere Parigi. In tutto questo dispiegarsi di vita e letteratura, Robicheaux nasce come personaggio, mentre James Lee Burke nasce come autore (anche se ha già pubblicato sei titoli). La letteratura "non di genere" ha trovato un nuovo autore da seguire.
Gli appassionati del noir hanno un nuovo personaggio da seguire. Questo accadeva nell’87. Ri-leggere oggi Pioggia al neon oppure leggerlo per la prima volta conferma la grandezza dell’esordio.
Non è un giallo. Non è un noir. È un romanzo. La differenza non sto a spiegarla…
Walter Gatti


jamesleeburke.wordpress.com
4 Novembre 2007

Starkweather, Murphy, Abshire: cattivi perché reali I "cattivi" di Jim Burke sono "realmente cattivi".
Uno potrebbe dire: che razza di osservazione è questa? Siamo nella più pura banalità… E invece no. Cerco di motivare l’affermazione apparentemente banale: i cattivi di Jim sono "cattivi perché reali" e non "reali perché cattivi". Bobby Joe Starkweather, Larry Wineburger, Didi Gee Giacano, Julio Segura, Philip Murphy, come pure il corrotto Nate Baxter, realizzano il male in modo assolutamente tangibile: guardando i "cattivi" di Pioggia al neon, si scopre che sono una filiera umana che si svolge e si dipana dalle prime pagine fino alle ultime "facendo cose reali".
Può pure essere che il cattivo sia a servizio di un "buono che ha perso la ragione", di un "buono a cui è stata fatta violenza", vale a dire il generale Jerome Gaylan Abshire, non importa.
In Pioggia al neon ci sono mercenari e torturatori che vengono dal Nicaragua, professionisti dei servizi segreti deviati e poliziotti marci, ma benestanti, mafiosi malati e condannati a morte, puttane che pagano a un prezzo altissimo la propria incapacità a vivere e papponi tossici oltre il dovuto. Il tutto per realizzare un progetto, vero, autentico, con nomi e cognomi. Ripeto: non è la cattiveria a rendere reale la storia.
Già dal primo libro Dave Robicheaux dimostra di avere a che fare con il reale nelle sue forme più o meno peggiori e non aver con un qualche nuovo serial killer made in fantasy. Personalmente credo questo sia un successo per la letteratura.
Da qui in poi (da allora fino all’oggi), Burke evita accuratamente il topos dell’assassino che uccide e sfregia il corpo di vittime per un motivo (arcano? recondito? sacrale? mistico?) che solo al termine di centinaia di pallosissime pagine verrà disgelato al povero lettore.
Burke non segue questa lucrosa traiettoria. La cattiveria fotografata da Burke è autentica. È fisica. È morale. I cattivi appartengono a una ramificazione di esistenza terrena e – una scelta dietro l’altra – finiscono con il progettare e realizzare il male.
Dopo Seven, Il Silenzio degli innocenti ed Henry pioggia di sangue, il serial killer non dovrebbe più esistere, ne al cinema ne in letteratura. È come se dopo l’Odissea ogni altro romanzo epico dovesse averne gli stessi elementi. È come se dopo Moby Dick dovessero esserci balene, capitani e mozzi in ogni dove. Niente da fare. Per James Lee Burke il "cattivo" è reale. Il male c’è davvero, non è il "caso deviante" più o meno raro replicato all’infinito. E non è nemmeno il segno immediato di un potere lontano e misterioso che governa qualcosa da qualche parte. Il male è sulla terra e l’uomo può esserne schiavo ora, oggi, in queste città, in queste vie, "nonostante" gli olenadri e la serena pace dei bajou. Il male può avere un volto, il volto del cattivo che lo realizza, come il gen.
Abshire, per realizzare sogni di potere molto tangibili, per seguirne le passioni eterne, per accudire propri desideri di controllo o di gloria. E quando il "cattivo" raggiungerà uno dei suoi apici, vale a dire nel Will Buchalter di Rabbia a New Orleans, si capirà che il "male", pur se figlio legittimo di fiction, è tangibile, cammina, ha sentimenti profondi, ascolta il jazz, ama la letteratura.
Come Stalin, che "amava Mozart più della guerra…"
Walter Gatti


jamesleeburke.wordpress.com
27 Novembre 2007

A colloquio con James Lee Burke (parte 1)

L’ho "preso" mentre stava facendo le valige. "Ci stiamo spostando da Missoula a New Iberia, come facciamo ogni anno", è il suo commento.
Valige e nipoti, cavalli e ranch, famiglia e libri da scrivere: questa è la vita di James Lee Burke.
Intervistarlo è una cosa divertente e illuminante al tempo stesso. Divertente perché è un concentrato di risposte brevi ma esaurienti, dette con tutta la semplicità di questo mondo. Illuminante perché Jim apre lo sguardo su un mondo insolito per uno scrittore, un mondo umano-molto umano. L’intervista è lunga. Ho deciso di "spezzarla in due o forse anche in tre", così si legge meglio.
Buona lettura.

Walter Gatti- Buon giorno Jim. Dimmi una cosa, tanto per iniziare: hai mai avuto dubbi sulla tua vocazione di essere uno scrittore?
Lee Burke - Ti dirò un cosa, Walter, per tutta la mia vita ho solo desiderato essere uno scrittore e nient’altro. Così ora sono completamente felice per l’opportunità che ho avuto di realizzare quel desiderio. E vivo in un posto che mi aiuta a farlo con serenità
WG - Nei tuoi libri i "luoghi" hanno un’importanza particolare, non sono solo "il palcoscenico"…
JLB - Credo di utilizzare i luoghi, gli ambienti, le situazioni come protagoniste delle mie storie, non solo come apparato scenografico. Fortunatamente ho vissuto in molti luoghi interessanti, luoghi come il Texas, New Orleans, i bayou, l’interno della Louisiana, l’Arizona, che penso i lettori possano apprezzare.
WG - Hai dedicato ai giorni dell’uragano su New Orleans uno dei tuoi ultimi racconti. Cosa rimane ora di Katrina?
JLB - Credo che Katrina rimarrà per sempre uno dei peggiori scandali della nostra storia nazionale. Non farmi aggiungere altro….
WG - Mi descrivi il tuo metodo di lavoro e di scrittura?
JLB - Scrivo ogni giorno, non ho mai un giorno vuoto o di vacanza completa. Scrivo nel bel mezzo della notte, alla mattina e nel pomeriggio. Mi sforzo di raggiungere le mille parole al giorno, ma sono soddisfatto se ne stendo 750 di qualità.
WG
- Ti piace entrare in contatto con i tuoi lettori? Che tipo di rapporto hai con i critici?
JLB
- Non sono un uomo che vive isolato al mondo e nemmeno una persona che vive per i riflettori. Apprezzo avere un contatto diretto con i miei lettori, sono persone intelligenti. Uno scrittore ha sempre una relazione speciale con i suoi lettori. Mi chiedi poi del mio rapporto con i critici: lo giudico soddisfacente. Direi che è sempre stato buono (si mette a ridere), con alcune eccezioni…
WG - Dovendo inquadrare la tua opera nello scenario più complessivo della letteratura americana, mi viene da associarti a Flannery O’Connor e a Faulkner. Questi autori ti hanno influenzato?
JLB: Assolutamente sì. Come scrittore devo dire L’urlo e il furore mi ha influenzato con il suo stile più di ogni altro libro. Non vorrei dimenticare poi un’altra grande autrice, Willa Cather…
WG - Tu e tua moglie Pearl vivete insieme come una coppia tenace. Quanto è stata importante lei per il tuo lavoro? JLB - Nel prossimo gennaio io e Pearl festeggeremo I 48 anni di matrimonio. Lei è rimasta il mio editore, il mio migliore amico e il mio co-pilota attraverso tutti questi anni.
WG - Vivete nel Montana da tanti anni ormai. Come vi trovate a Missoula?
JLB - Il Montana è il luogo della terra più vicino al paradiso…
WG - Nostalgia della Louisiana?
JLB - Si, un po’ si, ma ci ritorniamo per una certa parte dell’anno. Amo quella terra, ma oggi la Louisiana sta vivendo un terribile stress culturale, economico e ambientale.


lateforthesky
1 Settembre 2007

I Write Your Name

Ci vuole una cartina della Louisiana per seguire Dave Roubicheaux, il protagonista di gran parte dei romanzi di James Lee Burke.
Oltre al fatto che il posto dove abita è al centro di un’intricata rete di sentieri e strade sterrate, canali e paludi, lui ci mette del suo perché è sempre in giro in cerca di guai. Gli riesce benissimo perché New Iberia è un sottoprodotto di New Orleans e Dave Robicheaux è invece una conseguenza tipica dell’America marginale e minoritaria.
Ha tutte le doti del perfetto loser: veterano del Vietnam (una mina l’ha rispedito a casa pieno di scheggie), già poliziotto con un grande senso per la giustizia e nessuno rispetto per l’istituzione fragile e corrotta e, infine, un passato da alcolista. Fin qui è tutta roba da New Orleans, o meglio dei suoi bassifondi.
Non a caso, Dave Robicheaux ha lasciato la jungleland cittadina per trovare un po’ di tranquillità in un capanno con relativo molo sul Golfo. È qui che l’eroe principale di James Lee Burke vorrebbe trascorrere i suoi anni in compagnia di una sorta di famiglia con tanto di figlia adottiva e procione al seguito (ognuno ha gli animali domestici che si merita) nonché pescando fino al tramonto.
Però, come diceva in L’angelo in fiamme (forse uno dei suoi romanzi più affascinanti) "l’inferno non ha confini" e, per forza maggiore, Dave Robicheaux si ritrova coinvolto in un caso dopo l’altro.
Con esplosioni di violenza feroce e lancinante, che James Lee Burke concretizza, come meglio non si potrebbe, attono al personaggio di Dave Roubicheaux, senza dimenticare il complesso contesto in cui avviene.
In un’intervista ha detto: "La violenza è il primo rifugio per gli emarginati e gli ignoranti. È una sorta di fallimento morale. È sempre l’ultima risorsa degli intelligenti e dei coraggiosi. Quando Dave agisce con violenza è sempre in difesa di qualcuno, e sempre per risolvere definitivamente la violenza circostante. È orribile, ma è qualcosa che ha veramente una parte determinante nella realtà umana. Noi critichiamo la violenza tutti i giorni in questo paese, ma guarda alla nostra storia. Siamo nati con una rivoluzione violenta e da allora siamo stati in tutte le guerre. Non siamo un popolo pacifico". Non lo si può smentire, nemmeno nel 2001.
A partire da questa base, che mette insieme avventura, noir e thriller, i menù di Dave Robicheaux non sono particolarmente raffinati: se non è soul food sono gamberetti e gamberetti e ancora gamberetti. Ogni tanto un po’ di ostriche come aperitivo, nulla di più. Uguale, le storie di James Lee Burke che, pur vantando la stima di una scrittrice come Kaye Gibbons e amici che si chiamano Jim Harrison, Thomas McGuane, Hunter Stockton Thompson (nonché la definizione di Jonathan Kellerman, a sua volta scrittore: "James Lee Burke è il William Faulkner della crime fiction") sembra tornare a rimasticare il solito blues, magari più o meno ispirato.
Un motivo lo suggeriscono ancora quattro righe de L’angelo in fiamme: "Mi sono spesso trovato a pensare che la storia non sia una sequenza lineare, e che tutti i protagonisti della vicenda umana conducano le loro esistenze simultaneamente, forse in dimensioni diverse, ma occupando gli stessi luoghi a insaputa gli uni degli altri, come se tutti gli esseri umani fossero figli di un unico concepimento spirituale".
Avendo letto a sua volta Ernest Hemingway, Eudora Welty, Flannery O’Connor, Tennessee Williams, Robert Penn Warren, John Steinbeck e John Cheever perché "loro hanno creato gli stampi e noi abbiamo imparato", James Lee Burke sa che anche la più insignificante, misera e disperata delle esistenze contiene un frammento di luce e continua a scavare nello stesso fango, perché quello che conta aleggia nell’aria.
"Ci sono spiriti in tutte le mie storie. Io credo che ci siano spiriti anche nella vita reale e penso che il mondo visibile sia soltanto un’estensione di quello invisibile. Sono una sola entità e io credo in un potere superiore": essendo Dave Robicheaux e James Lee Burke prigionieri di un’area dove il blues regna indiscriminatamente da sempre, essendoci nato, non è difficile intuire da dove arrivino i loro spiriti.
Partendo da See That My Grave Is Kept Clean di Blind Lemon Jefferson, a suo tempo rivista dall’onnipresente Bob Dylan e poi dalla grandissima versione dai Dream Syndicate di Ghost Stories. Canzone che appare citata chiaramente in Pioggia al neon e visto che i morti ammazzati sono tutt’altro che una rarità nei romanzi di James Lee Burke, See That My Grave Is Kept Clean assume una valenza del tutto particolare.
Ci pensa proprio lui a spiegarne il perché, tra le righe dello stesso romanzo: "La maggior parte delle poesie di Shakespeare e Frost sulla morte erano state scrite quando erano ancora giovani.
Quando Billie Holiday, Blind Lemon Jefferson o Leadbelly ne cantavano, sentivi il cane del fucile del secondino, vedevi una figura nera appesa a un albero con alle spalle un sole tinto di rosso, sentivi l’odore della bara di pino che veniva seppellita nella stessa terra che il mezzadro morto aveva coltivato per tutta la vita". O morti, o in galera, la stessa Angola cantata da Aaron Neville e in cui i personaggi di Piccola notte cajun ricordano di avere incontrato "tre grandi chitarristi blues come Leadbelly, Robert Pete Williams e Hogma, Mathew Maxie". Q
uesti nomi non sono un’eccezione per James Lee Burke perché, tra l’altro, ha conferito al suo detective imperfetto una passione che ci accomuna. Infatti Dave Robicheaux è un piccolo esperto e un grande fans perché colleziona 78 giri di swing, downhome blues e primissimo jazz (farà un eccezione al digitale per il favoloso Screamin’ And Hollerin’ The Blues, The Worlds Of Charlie Patton, che è un vero e proprio tesoro).
Non è finita qui. C’è ancora blues in L’occhio del ciclone dove un bluesman suona Stagger Lee (si direbbe ispirato a Big Joe Williams, per via della chitarra e dello stile), canzone che da sola meriterebbe un’indagine di Dave Robicheaux e un romanzo intero di James Lee Burke (e una curiosità sull’Occhio del ciclone: nella copertina dell’edizione italiana c’è una bella fotografia di William Burroughs, chissà perché).
Infine, è proprio il territorio, il bayou, le paludi, il Mardi Gras e il voodoo, la corrente del Golfo (che ha un ruolo fondamentale in Rabbia a New Orleans), le ville coloniali e i campi di cotone a condividere la stessa geografia del blues. A volte i suoi romanzi sembrano fin troppo sdolcinati per quei tramonti infuocati, le albe lussureggianti, i bayou misterioso e miracoloso, ma Dave Robicheaux è un uomo che non fa distinzioni tra romanzo e romanticismo e vorrebbe che il lettore, questo strano oggetto del desiderio, provasse le sue stesse emozioni.
Così, ogni tanto, si lascia andare, come in questo passaggio di Rabbia a New Orleans: "Quando il sole rosso della sera sembrava accartocciarsi e fondersi nella brace che ardeva all’orizzonte, si vedeva l’alone delle luci di New Orleans prendere piano piano il suo posto e allargarsi nel cielo sempre più scuro. Le nuvole erano nere, verdastre, basse sulla città, venate di lampi, e incombevano cupe da Barataria fino al lago Pontchartrain: voleva dire che nel giro di poco torrenti di pioggia avrebbero inondato le strade, sferzato le palme sulla passeggiata, otturato i tombini nel Quartiere Francese e riempito la galleria di querce in St. Charles Avenue di nebbiolina grigia, attraverso i cui i vecchi tram verniciati sarebbero avanti sui binari come inviati speciali del 1910".
Scenografia che può trarre in inganno perché James Lee Burke è un narratore nella cui tavolozza si possono trovare tanto le istruzioni per la pesca d’alto bordo quanto mille ricette per cucinare i gamberetti, ma è anche un alchimista dei ricordi e della memoria (scrive in Piccola notte cajun: "Vi sono eventi a cui si assiste, o ai quali si partecipa, che rimangono eternamente sacri, inviolati nella memoria, per quanto doloroso sia il loro ricordo.
E la ragione è il prezzo pagato, da te o da chiunque altro, per essere stato presente in quel momento, nell’istante in cui l’obiettivo ha scattato quell’immagine indelebile"), dei rapporti umani ("…raramente possiamo dire di conoscerci, e che siamo soltanto in grado di immaginare le vite che in ciascuno di noi attendono di essere vissute"…), del proprio essere ("Il tempo e l’età mi avevano finalmente insegnato che vi era un momento in cui bisognava lasciarsi andare, dimenticare la serietà dell’universo, cedere agli altri il terribile dovere di prendere posizione su se stessi e sul mondo") e un dispensatore di filosofia spicciola, utile a sopravvivere quando si divide la propria sorte con persone che "sono all’oscuro di come va il mondo".

A New Orleans e dintorni tutti conoscono tutti e Dave Roubicheaux è un’anomalia nei detective noir, ma i blues degli uomini sono uguali che nel resto del mondo. Così per seguire l’evoluzione e i viaggi dei personaggi di L’angelo in fiamme, Prigionieri del cielo e Rabbia a New Orleans (pubblicati da Baldini&Castoldi), di Pioggia al neon (ripubblicato da Meridiano Zero) o quelli di Piccola notte cajun e L’occhio del ciclone (Mondadori) non serve una mappa della Louisiana o un navigatore satellitare GPS (la tecnologia è arrivata anche qui) puntato sul Delta, ma piuttosto le piccole intuizioni nate dall’osservazione, dai dialoghi, dai confronti che formano lo strano viaggio della vita. A proposito di biografie, anche quella di James Lee Burke sembra un romanzo.

È nato ad Houston, Texas, nel 1936 ed è cresciuto sempre nell’ambito della Gulf Coast. Prima di affermarsi come narratore (il suo primo romanzo è del 1960, ma la fortuna ha cominciato a salutarlo soltanto vent’anni dopo e, per inciso, in Italia è stata tradotta una metà dei suoi romanzi) ha lavorato ha lungo nell’industria petrolifera, è stato assistente sociale nele strade di Los Angeles, reporter in Louisiana e persino un impiegato del servizio forestale federale nel Kentucky (lavoro quest’ultimo che non può ricordare lo splendido Jack Kerouac di Angeli Della Desolazione). All’elenco, giusto per la cronaca, vanno aggiunti anche i ruoli di insegnante (alla Wichita State University, Kansas) e pompiere (chissà dove). Con moglie e quattro figli divide il suo tempo tra Missoula, Montanta e New Iberia, Louisiana: "i miei sogni mi hanno portato in molti luoghi" ha scritto, ma alla fine si torna sempre a casa.
Marco Denti


Buscadero
Ottobre 2007

Louisiana Rain – Intervista a James Lee Burke

Le storie di James Lee Burke sono come il buon vecchio rock ’n’ roll: sai come funziona, ma non sai mai come andrà a finire. Tutto è cominciato con Pioggia al neon che inaugurava, giusto vent’anni fa, la saga di Dave Robicheaux, uno dei nostri loser preferiti, un personaggio che guarda dalla Louisiana un mondo in rovina, ma con l’attitudine e un disincanto che non è disillusione. Come direbbe uno dei suoi (e nostri) scrittori preferiti, Hemingway: è un mondo di merda, ma è l’unico che abbiamo.
Dave Robicheaux lotta così, senza sosta, spesso oltre i confini del suo mandato e della sua morale e non lo fa con l’alone del giustiziere, del crociato o del vendicatore ma soltanto perché non ha alternativa. O combatte, o soccombe alla corruzione, all’ipocrisia, alla falsità, in definitiva all’inquinamento della vita come della natura, che poi sono la stessa cosa. Abbiamo imparato a conoscere le sue gesta sotto la Pioggia al neon, e poi in Sunset Limited, La ballata di Jolie Blon, Ultima corsa per Elysian Fields e Ti ricordi di Ida Durbin? (tutti tradotti e e pubblicati in Italia da Meridiano Zero) riconoscendo in Dave Robicheaux uno di noi e in James Lee Burke un grande storyteller che magari non troverà mai quattro righe nelle enciclopedie di letteratura e ancora meno un posto all’accademia. Forse è meglio così: nonostante l’odore salmastro delle paludi, i serpenti mocassini, le muddy waters, i fantasmi e gli spiriti, l’aria del bayou resta sempre la più pulita.

- Pioggia al neon
è stato il primo romanzo della saga di Dave Robicheaux. In prospettiva, guardando a ritroso tutti gli episodi, che impressione ti fa? Cosa provi per Dave Robicheaux, dopo vent’anni?
- Credo che Dave Robicheaux sia cresciuto come personaggio. Ogni romanzo è stato inteso per essere una storia indipendente, ognuno di loro legato ad un differente contesto sociale e politico. In effetti, per rispondervi, credo che Dave sia più che altro un testimone di molti dei più importanti eventi della nostra epoca.
- Ti identifichi ancora in lui?
- Sì, direi di sì, in un certo senso. Usando la prima persona è più facile sentire la voce dentro di te: il personaggio è sempre dentro l’autore, credo.
La sfida non è lasciar dominare la storia dall’ego del personaggio, ma creare dei personaggi che possano entrare senza problemi nella casa dei lettori. - Uno dei motivi per cui i tuoi romanzi ci sono così famigliari è che fin da Pioggia al neon, ma poi in ognuna delle storie di Dave Robicheaux, la musica è sempre stata un elemento fondamentale nei tuoi romanzi.
- Sì, assolutamente, la musica è al centro di qualsiasi cosa io scriva.
L’italiano è probabilmente il linguaggio più musicale dell’intera famiglia umana, ma l’inglese cade dentro un beat naturale che in un certo senso è musicale quanto l’italiano. In più il blues e il jazz e il rock’n’roll sono le più nitide forme d’arte americane e penso che ogni buon scrittore americano ad un certo punto prova ad incorporare queste tradizioni nel suo lavoro.
Quando lo faccio penso sempre alla Carter Family, a Woody Guthrie, a Leadbelly, a Kid Orey e a Benny Goodman che credo siano i musicisti più importanti nella nostra cultura.
- La connessione con la musica è ancora più particolareggiata perché la Louisiana è un territorio dove la musica ha un ruolo storico fondamentale e ciò diventa evidente nei tuoi romanzi. Dal tuo punto di vista, è perché non si può separare la musica dalla Louisiana, e viceversa?
- Sì, nella mia testa musica e Louisiana sono sinonimi. La Louisiana ci ha dato i migliori musicisti di jazz e di rhythm and blues, la tradizione afroamericana comincia e finisce qui. Come dicevano Danny and the Juniors molto tempo fa: "We don’t care what people say, rock’n’roll is here to stay".
- Volendo essere più precisi?
- Uhm, direi che semplicemente chi scrive dell’America blue-collar o del Southeast dovrebbe necessariamente scrivere della musica della gente, anche perché molti dei miti americani vengono proprio da qui. Un antropologo, credo nel 1958 o 1959, disse che gli americani erano rimasti affascinati da Elvis perché aveva tutte le caratteristiche di un dio greco. Era un personaggio mitico, ma nello stesso tempo rappresentava tutto il mistero del Sud. Era un ragazzo da Tupelo, Mississippi e la sua storia ha riempito i sogni di ogni persona della working class in questo paese, ma nello stesso tempo è finita tragicamente. La sua vita, ma anche quella di Carl Perkins, Roy Orbison o Jerry Lee Lewis sono icone culturali americane, riempite di musica, e religione, e povertà e disperazione. Tra le citazioni che spiccano, bisogna ricordare almeno The Things That I Used To Do di Guitar Slim in La ballata di Jolie Blon. Il blues, per la gente di colore, significa un assoluto e irrisolto senso di perdita. Molti vecchi bluesmen che ho conosciuto credevano che il blues fosse la musica del diavolo perché aveva a che fare con il mondo dei juke joints, delle droghe, della prostituzione. Per quella ragione, qualcuno di loro, dopo aver scoperto la religione, non ha voluto cantare più il blues. Non sono assolutamente d’accordo con le loro conclusioni teologiche sul blues, ma capisco il terribile legame che li turba. Il miglior esempio, non c’è dubbio, è Robert Johnson.
- Spiriti e fantasmi non sono un’eccezione nei tuoi romanzi. Perché?
- Credo che questo mondo sia un’estensione di un mondo che non vediamo. La mia idea della creazione è la stessa di Emerson o Plotino, credo. Siamo sempre dentro l’eternità, solo che non l’abbiamo ancora capito. È anche un legame con gli elementi naturali, in fondo, a cui dedichi molto spazio. Come scrittore, sono stato influenzato pesantemente dai naturalisti, di conseguenza il paesaggio, spesso e volentieri, è quasi il protagonista delle mie storie. D’altro canto penso che stiamo distruggendo la terra. Sfortunatamente questo paese è controllato dai leader dell’industria petrolchimica e fino a quando non cambiaremo il nostro modo di vivere, qui come in Cina o in India, la situazione può solo peggiorare.
- Non dobbiamo andare molto lontano per trovare una conferma alle tue parole. Katrina ha cambiato la faccia e la vita di New Orleans. È ancora possibile raccontare un noir dopo quello che è successo o la corruzione contro cui combatteva Dave Robicheaux è nulla rispetto al noir del disastro? - Direi che è ancora più necessario. Il mio nuovo romanzo, The Tin Roof Blowdown, è legato agli eventi di Katrina e tutto ciò che ne è seguito. Spero che sia un ritratto accurato degli eventi che si sono susseguiti a New Orleans in quel periodo perché la vicenda di Katrina rimane forse il peggior scandalo nella storia del nostro paese. Quello che è successo ha mostrato un livello di cinismo e di indifferenza che probabimente sarà una fonte inesauribile di disgusto per il resto della nostra storia.
- Questo ricorda un po’ Dave Robicheaux che spesso sembra combattere una guerra che non potrà mai vincere e mantiene un’attitudine tra malinconia e indifferenza perché, alla fine, sembra che non cambi mai nulla, che la stessa gente continui a comandare, spesso in modo stupido e arrogante. È lo stesso feeling che aveve provato durante i due mandati dell’amministrazione Bush?
- Quello che prova Dave è che la battaglia non è mai finita, il terreno non sarà mai nostro e l’era Bush è uno di quei momenti in cui non si riesce a vivere con dignità. Siamo stati terribilmente sminuiti agli occhi del mondo e, quello che è peggio, abbiamo perso la visione di noi stessi. Non ho abbandonato la speranza che un giorno o l’altro ci ritroveremo, ma non sono proprio sicuro che accadrà. Dipende anche dal fatto che la violenza sembra non avere più limitazioni e in un modo o nell’altro è diventata parte della nostra vita quotidiana, come lo è in quella di Dave Robicheaux? Sì, è così. Dave spiega sempre che la violenza è l’ultimo rifugio degli emarginati, di chi non è organico a nessuna istituzione. In definitiva, è una forma di fallimento morale. È l’ultima risorsa degli intelligenti e dei coraggiosi. Guardate Dave: quando agisce in modo violento, di solito è in difesa di qualcun altro. È orribile dirlo, ma è una parte della vita umana e in America più di ogni altro posto. Siamo nati da una rivoluzione violenta e siamo sempre stati in guerra fin da allora. Non siamo un popolo pacifico. In un certo senso, sembra che la letteratura noir abbia preso il posto del romanzo sociale. Negli Stati Uniti come in Francia, in Spagna, in Italia o in Sud America o in Svezia, molti scrittori usano il crimine per denunciare la corruzione, le connivenze politiche, gli abusi di potere e le ingiustizie sociali.
- Credi che la letteratura noir stia diventando una letteratura di critica sociale?
- Siete assolutamente nel giusto. Ho provato ad usare i miei romanzi, che normalmente vengono definiti romanzi noir, nello stesso modo in cui James M. Cain, James T. Farrell e John Steinbeck scrivevano i loro. Per concludere: quali sono i tuoi scrittori preferiti e come nasce un tuo romanzo? Ernest Hemingway. John Cheever, William Faulkner, Tennesse Williams, Flannery O’Connor, Graham Greene, ma mi è piaciuto moltissimo anche Mystic River di Dennis, Lehane, un libro che è un capolavoro. Ho imparato da loro: una scena alla volta, una volta al giorno. Non so mai da che parte andrà la storia o come finirà. Venitemi a trovare, che ne parliamo con calma, ma nel frattempo state belli allegri, tenete accordate le chitarre e non perdete di vista tutti quei vecchi rhythm and blues.
a cura di Marco Denti e Mauro Zambellini


corpifreddi.blogspot.com
23 Gennaio 2010

Sapete perchè si aspetta mezzanotte per friggere i peccatori? La gente dorme, le luci sono spente, c’è più corrente che spinge sui cavi.
Nel penitenziario di Angola Johnny Massina sta per chiudere in bellezza. Per liberarsi la coscienza è il momento giusto, specie se si è in debito con Dave Robicheaux.
Al tenente della omicidi una soffiata può servire, i colombiani sono interessati a che si metta a riposo. C’entra il cadavere della ragazza che ha trovato nel bayou pescando persici. Quella doveva mangiarsela un alligatore, invece, colpa sua, è finita dal coroner e di buchi nelle braccia ce n’è qualcuno di troppo. Sul referto è morta per annegamento, ma l’esame autoptico no, quello non si può fare. Dave insiste, incalza, il caso non finirà in archivio. Assieme al partner Pourcel l’indagine solleva lo sporco dai tappeti, provoca reazioni scomposte, mostra dove finisce la volontà di riscatto. Sotto una coltre di luridi giochi di potere, traffici di armi, di coca e di persone, si spiega come sia semplice in fondo far soldi sulla pelle degli altri. Parrebbe storia antica nell’america reaganiana, i mezzi non contano se il fine è lotta strenua all’invasore. Insolito come questo lo racconti uno scrittore di genere, come si preoccupi, dietro alla formula collaudata, di alzare una voce critica, forte di vibrante offesa per il marcio delle istituzioni e negli uomini che le rappresentano. Non è cosa comune, e questo fa la differenza, nell’esordio, come nei seguiti, della pioggia che riverbera di luce sull’asfalto.
Protagonista di questo tempo è Dave Robicheaux, splendida icona delle terre dei cajun, un uomo un codice morale, senso dell’onore, determinazione e intento irriducibili. Burke ne disegna una personalità complessa, sempre pronta all’autoanalisi, non priva di un particolare rigore. Il detective del Bayou Teche nasce già adulto, svezzato ai mali del mondo, la visione delle cose senza i toni del grigio. C’è empatia ed immedesimazione nei deboli, nelle voci stanche e rassegnate, nelle pedine sacrificate ad un gioco più grande. Da qui in poi sarà una promessa da rinnovare, con un impeto religioso che gli viene dal suo essere cattolico, lui e questo Dio con cui fa ammenda nella condizione più nera, sotto gli influssi dell’alcool o i rimorsi di esser vivo. Solo le luci, i profumi e gli echi di una Lousiana abbacinante gli sono di conforto, un intervallo per l’anima, per cui riprendersi a pensare, a razionalizzare, tra il bene ed il male quale scelta fare.
Una Lousiana che Burke ritrae con liriche pennellate, incroci di colori su ramificazioni, variabili di suoni diffuse su sentieri di cui non si scorge la fine.
Frankie Machine

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 14.03.2013.

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