L'accordatore di destini

L'accordatore di destini

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Autore: Salvio Formisano

«Comincia sempre così, con una donna o un uomo che vengono a confessarsi. Si mettono a nudo, si liberano. È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita. Non c’è bisogno di fare troppe domande.»
Vagando senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli, un uomo spia le vite degli altri. I casi di cui deve occuparsi – per conto di un’agenzia investigativa privata – gli mettono quotidianamente davanti la materia bruta della miseria umana.
Ore passate a camuffarsi, ad appostarsi, a pedinare, solo per scoprire esistenze grette, rovinate dal caso, dalla noia, uomini che maltrattano donne, donne che umiliano uomini, fino all’insopportabile, e il tradimento che si configura spesso come l’unica via di fuga dal presente.
È così che il protagonista di questo avvolgente romanzo d’esordio comincia a pensare di intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare, di redimere quanto in realtà sarebbe pagato per mandare a fondo. Foto truccate, rapporti leggermente ’ritoccati’, le tracce dei tradimenti che scompaiono: uscendo pian piano dal suo ruolo di investigatore, entra nei panni di un insolito ’accordatore di destini’, chiamato a porre rimedio all’insipienza e alla casualità dell’esistenza altrui.
Ma questa volontà di modificare il fato degli altri, per salvarli, lo porterà fino a un punto da cui non è più possibile tornare indietro. Una prosa asciutta, attenta alle sfumature, pervasa da un indefinibile senso di straniamento, per una riflessione delicata e a tratti struggente sull’instabilità del destino umano.


L’accordatore di destini ha il merito di esplorare
l’animo umano di questi tempi, così confuso e irrazionale,
così contraddittorio e alterno.
- La Repubblica -



Autore

Salvio Formisano è stato rappresentante di commercio, tecnico aeronautico, produttore cinematografico, finché ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha firmato già diversi soggetti e sceneggiature per il cinema. L’accordatore di destini è il suo primo romanzo.



Recensioni


il Mattino di Napoli
2 Febbraio 2007

Accade raramente che dai tanti libri che impolverano la tua libreria scritti da persone che vogliano fare carriera nel campo della scrittura ne spunti uno con un profumo di «vita che scaccia parole di morte»: è il caso di L’accordatore di destini (Meridiano zero, pagg. 160, euro 9), esordio narrativo – chissà perché i testi più autentici sono quelli d’esordio – del napoletano Salvio Formisano che dopo un passato di rappresentante di commercio e tecnico aereonautico ora fa lo sceneggiatore cinematografico e con questo testo si cimenta sul terreno scivoloso della narrativa.
Il romanzo è la storia di un io narrante non meglio identificato originario di Napoli, che aveva lasciato per lavorare in Germania e poi nell’Italia del Nord, che ritorna nella città partenopea per una vacanza. Proprio lì apprende – sembra una scena del film L’amore non basta con Bocci e la Pivetti – che, Gloria, la sua donna non lo ama più.
Conquistato dall’atipicità di Napoli che aveva dimenticato decide di ristabilirsi nella Città. Trova un lavoro d’investigatore privato e comincia a cercare di vivere di nuovo: ossia si cerca una donna. La ragazza si chiama Gina, fa la fioraia, è dolce, semplice e ha gli occhi azzurri. L’io narrante invece ha già la nausea del suo lavoro di raccoglitore di prove di tradimenti, l’unico metro che ritma il nostro tempo fatto di coscienze imputridite. In tutto questo bailamme trova il tempo di riflettere sul vivere a Napoli, su quell’atipicità che l’aveva fatto tornare ed è la stessa che ora lo soffoca. E anche su un suo vecchio desiderio infantile: quello di fare l’accordatore di destini. Difficile certo da collegare al suo nuovo mestiere di segugio a 250 euro più le spese. Comuque, continua a vagare senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli. Impara a mettersi delle maschere perché il suo obiettivo e vedere nelle vite degli altri, spiarle e farne materia di ricorso legale.
Non è importante capire se una relazione è in crisi ma bisogna raccogliere prove per suffragare la tesi di un cliente. Spesso le persone che ricorrono a un investigatore privato sono logorati dal dubbio del tradimento e desiderano che un’altra persona faccia per loro il lavoro sporco: quello di sbattergli in faccia una realtà che si ostinano a non vedere perché hanno il velo dell’amore che gli copre i sensi.
Questo lavoro gli rende molti soldi, ma pian piano non riesce a non farsi influenzare dall’umanità dei protagonisti e sempre più prende posizione per uno dei due, venendo meno a quella regola della professionalità che ti vuole impersonale e indifferente. La narrazione, così come la vita, va avanti ed il lettore apprezza una cosa che sempre più abbiamo dimenticato: la lezione di una lingua leggera che scalda il cuore e fa riflettere.
Frasi secche, giusto ritmo: non da noir, ma da romanzo tradizionale. Anche se con una lingua quasi quotidiana, ricercata nei pensieri. Gli occhi azzuri di Gina si chiudono per sempre ma oramai l’io narrante (da alcune pagine di metaletteratura ora si capisce che si tratta di Carlo) ha deciso cosa fare: scrivere. Ed è questa la parte più bella del libro: dove Formisano mentre fa narrazione, nel contempo riflette sullo strumento che ha tecnicamente tra le mani. Perché, «anche se la scrittura richiede applicazione e uno sforzo continuo, non comune, sopratutto è ingannevole, voglio dire, l’approccio alla scrittura. Mille volte uno stato d’animo malinconico o triste viene scambiato per ispirazione, poi si scopre che non si ha niente da dire».
Ma mentre l’autore ribadisce che «scrivere è diverso, e ne ho di cose da dire e mi piace scriverle, leggerle e rileggerle», nella finzione il personaggio Carlo ha deciso di fare qualcosa d’altro per Giovanni, un marito tradito ridotto ad una larva umana: ha deciso di uccidere «per Gina e per tutti quelli che ho visto crollare e per me stesso». Che la scrittura porti ad un divaricamento tra la realtà e la sua percezione?
Vincenzo Aiello


Pulp
1 Marzo 2007

"Quella mattina cominciai a camminare e non mi fermavo più."
Ouverture in esterno giorno, un interminabile piano sequenza che dalla collina di Posillipo accompagna un uomo fino al punto da cui sembra essere partito: una stanza d’albergo del centro città.
La voce fuori campo racconta una storia, il tono è dimesso, quasi anonimo, lucido e al contempo smarrito.
Dunque, cinema. E poi Napoli.
Attorno a queste due coordinate fisse si avvia il romanzo d’esordio di Salvio Formisano, la cui biografia ci informa di un’attrazione tutt’altro che occasionale per la settima arte: è stato, infatti, produttore cinematografico nonché autore di soggetti e sceneggiature.
Si chiarisce così la scelta evidente di uno stile e di uno sfondo, ai quali Formisano sin da subito fa aderire con naturalezza il suo protagonista e il destino che ne guida gli atti. Abbandonato bruscamente da una donna, riafferrato da una città che non ha ancora smesso di percorrere, taglia con il passato e abbraccia senza remore una ignota metamorfosi: private eye, ovvero ladro (e delatore) di immondezzai privati, di intimità colpevoli.
Finché, nella monotonia di pedinamenti e rapporti confidenziali, il disgusto non aprirà squarci di pietà per donne e uomini ai quali la vita ha saputo riservare solo umiliazioni, e all’investigatore di colpe altrui non rimarrà altro da fare che "accordare" a proprio arbitrio corpi ed esistenze, con la vana certezza di ricomporre senza strepito il disordine e l’ingiustizia del mondo. In una Napoli che vuol essere specchio scuro di un paese alla deriva, nelle vene delle sue strade e dei suoi inferni piccolo borghesi, lo scrittore partenopeo muove un uomo dallo sguardo solo in apparenza neutro, talvolta vicino, per indolenza di spirito e tentazione di riscatto, a certi personaggi di Simenon.
Anche per lui – come impone un decalogo del genere a cui l’autore scopertamente si accosta – la fine può essere la scelta di un inizio: quel "non c’era altro da fare" che suona come un epitaffio, l’unica frase possibile con la quale Formisano si congeda dalla sua creatura e dalla sua livida amarezza. Ombretta Romei Repubblica Napoli 3 Gennaio 2007 Una città carica di fascino e di pericolo.
Una città allegra e ipocrita. Dove vite e destini possono cambiare in un attimo. In un assordante silenzio. È la Napoli vera, autentica, che fa da sfondo al noir di Salvio Formisano. Una storia dove cronaca e immaginazione si uniscono in un racconto intenso e scorrevole. L' «accordatore di destini narra la vicenda di un uomo che a un certo punto della sua disordinata esistenza, quasi casualmente, crede davvero di aver trovato la missione della sua vita: aggiustare quella degli altri. Nel rimettere a posto i tasselli di un mosaico impazzito. Nel sanzionare il colpevole e salvare l’innocente.
Nel non peggiorare situazioni critiche. Nel migliorarle, quando gli è possibile. Il protagonista fa tutto questo da investigatore delle vite altrui, investigatore privato, costretto, per mestiere, a spiare i drammi passionali delle coppie, le menzogne che celano, le bassezze a cui possono giungere quando si rompe un rapporto. Ma il detective degli amori traditi non ci sta e comincia la sua missione: dare una mano alle vittime, aiutarle a non sprofondare, a trovare una strada per uscire dal baratro. Vittime di mariti indecenti, vittime di mogli odiose e profondamente cattive, di familiari avidi, a caccia solo di soldi, ad ogni costo. Al protagonista basta scrivere il contrario di ciò che avviene nel fascicolo da consegnare al cliente; basta togliere una foto compromettente e scattarne un’altra.
O far giungere un biglietto anonimo in cui avverte di stare attento, perché l’altro coniuge sospetta e potrebbe farlo sorvegliare. Ma in agguato c’è una storia d’amore che non finirà come dovrebbe, la sua. Finale non previsto, beninteso. E, subito dopo, un’altra missione del detective per caso, una missione estrema, che lo perderà. Nella sua ossessione di sistemare le cose degli altri, dimenticando di aggiustare la sua vita disordinata, carica di occasioni sfumate, di un sentimento costante di infelicità. L’accordatore di destini ha il merito di esplorare l’animo umano di questi tempi, così confuso e irrazionale, così contraddittorio e alterno. Il libro racconta gli uomini, una città unica come Napoli e, assieme, ti avvince in un thriller dal finale niente affatto scontato.
Salvio Formisano, cinquantadue anni, napoletano di San Giorgio a Cremano, è alla sua opera prima. Viene da altre esperienze, è stato rappresentante di commercio, tecnico aeronautico, produttore cinematografico. Ha vissuto negli ultimi vent’anni a Roma per ragioni di lavoro.
Nel suo noir, profondo e incalzante, è descritta la Napoli distratta che nasconde misteri neri, la città dove dietro rapporti apparentemente normali si cela l’inferno dei sentimenti. Il luogo che in un attimo può cambiarti. E un tipo come il protagonista descritto da Formisano non può non suscitare comprensione e sostegno nel suo affaticarsi a tessere nuovi destini, positivi. Ma poi arriva l’ultimo capitolo, il colpo di scena da non svelare.
Chi non ha mai avuto il giusto impulso di aggiustare una situazione che vede un amico, un familiare o un semplice conoscente soccombere senza averne colpa? Chi non ha mai sperato di sovvertire la sorte di una vicenda dove il buono perde e il cattivo vince? Il detective privato ci prova, ma viene sconfitto a un passo dal successo. Perché il destino non si può accordare. Segue la sua trama. Fino in fondo. E quando il racconto finisce ti resta l’amaro in bocca e capisci che, forse, quella Napoli che fa da sfondo al noir, in realtà, è la vera protagonista, quella che muove ogni personaggio, ne condiziona le azioni, ne avvolge i destini. Sino a stritolarli.
Giovanni Marino


Rinascita
5 Giugno 2008

C’è un po’ de Lo straniero di Camus in questo romanzo d’esordio di Salvio Formisano L’accordatore di destini, edito da Meridiano Zero.
Scritto in prima persona da un uomo appena uscito malinconicamente da una storia d’amore in cui è stata lei a lasciarlo, resta nella città del loro ultimo appuntamento: Napoli.
Il protagonista non sembra avere altro passato, così come non sembra cercare un altro futuro. Si lascia vivere. Per campare trova lavoro in un’agenzia investigativa. È privo d’esperienza a riguardo, ma il suo compito altro non è che quello di pedinare alcune persone e riferire in un rapporto di incontri, luoghi e persone. Per lo più, si tratta di affari di corna.
Infedeltà coniugali, come si dice. E il neo detective impara molto sulla natura umana.
In genere, tra i clienti, gli uomini sono i più fetenti: se hanno il sospetto che la moglie li tradisce vogliono sapere tutto per poi fargliela pagare, chiedere il divorzio, evitare di pagare gli alimenti; la donna invece, se a tradire è il marito, lo fa con la speranza che si tratti di una scappatella e nulla più, c’è, insomma, voglia di riconciliazione. Gli capita anche di scoprire una donna che è maltrattata dal marito, magari fedifrago, una donna a cui è stata strappata l’anima e che, a un certo momento, trova un nuovo amore e, con quello, nel segreto, in quelle poche ore di libertà, di autentica gioia, dimentichi l’amarezza di una vita accanto a un autentico bruto. A quest’ultimo preoccupa la serenità improvvisa della moglie e, non tollerandola, sospettando di lei, si rivolge all’agenzia investigativa. E il nostro detective invece di riferire, nei suoi rapporti elude: la signora svolge una vita irreprensibile, assicura.
Denunciare il tradimento significherebbe riprecipitarla nel baratro di una vita amara, piena solo di vessazioni. E allora perché rovinare un’esistenza? Egrave;, questo, il primo passo, fatto con il candore dell’innocente e la leggerezza di un animo sgombro di sensi di colpa, verso la scelta di diventare, come comincia a definirsi, un "accordatore di destini", quelli degli altri, contro le logiche di una vita sottomessa.
Così sarà per un certo Giovanni Russo. Tradito dalla moglie che ama e che sfacciatamente porta a casa il giovane amante per umiliarlo davanti a lui e ai figli, al punto da vedere in breve tempo stravolta la sua esistenza (sarà cacciato prima dal proprio letto e poi dal proprio tetto, lascerà il lavoro, finirà in strada, unico rifugio la bottiglia, per essere presto accusato di essere un cattivo padre e marito) solleciterà, inconsapevole, l’intervento dell’accordatore di destini, che provvederà a far fuori con due colpi di pistola i fedifraghi. L’atteggiamento: quello di un novello Meursault.
Nessun sussulto, come il personaggio di Camus. Neppure quando giorni dopo, tradito dal proprio datore di lavoro, insospettito dagli strani rapporti del suo collaboratore, la polizia verrà ad arrestarlo nella pensione in cui vive. Si lascerà tranquillamente prendere, pago della sua personale giustizia. Ma anche di un nuovo amore, quello per una fioraia napoletana, Gina, alla quale parlava con i versi delle canzoni di Paolo Conte, finché un crudele destino, uno scippo rovinoso, non le avrebbe strappato la vita per sempre.
Solo il suo destino non era riuscito ad accordare. Ma quello degli altri, sì. E alla domanda del maresciallo: "Perchè l’hai fatto?" non trova che una risposta da dare: "Perchè non c’era altro da fare".
Diego Zandel


il Salvagente
3 Gennaio 2008

Lui aggiusta i destini Napoli. Fatto di poco fa. Lui ha lasciato da ragazzo (simpatico e piacente) la città partenopea dove era nato e cresciuto, lavora a Berlino, ma ora abbandona tutto e vi torna.
Cammina 14 ore al giorno per una settimana e beve di tutto. A circa quarant’anni ricerca lavoro, si trova una camera, diventa apprendista investigatore privato, duecentocinquanta Euro al giorno più le spese. Compra una vecchia Punto blu e mangia insalata di polipo quando può, tanto non ingrassa (76 chili fissi).
Si è stufato: ama jazz, cinema, libri, non ha attitudine militare, dialoga attraverso Paolo Conte. Ora comincia a preferire scrivere invece che leggere. Si appassiona alla predestinata fioraia Gina. E prova ad aggiustare i destini che incontra: una prima volta, dopo tre mesi, nasconde un tradimento, una seconda volta aiuta un marito ingannato e distrutto. Il capo ex colonnello Abbamonti si pente di averlo assunto. Non è il solo.
Bravo il poliedrico Salvio Formisano, un bel primo romanzo (L’accordatore di destini, Meridiano Zero), in prima con il presente che diventa sempre passato, amaro e leggero come vita comanda. Meritava un posto nella finale dello Scerbanenco 2007, anche se spesso si ferma sull’uscio della scrittura, allude con troppa delicatezza. Mangiare e udire sono troppo ripetitivi. Segnalo che Mergellina-Castel dell’Ovo è un altro lungomare più bello del mondo, a pagina 133. Consigliato ai mesti, affinché si felicitino.
Valerio Calzolaio


Stilos
17 Aprile 2007

È forse curioso che sia un editore del Triveneto, come Meridiano Zero, a pubblicare alcuni fra i più brillanti noiristi del ricco Meridione d’Italia; curioso e, al contempo, non poi così rilevante. In ogni caso, l’anno scorso toccò al giovanissimo Angelo Petrella, quest’anno è la volta dell’appena meno giovane Salvio Formisano che, nell’Accordatore di destini (pag. 154, 9 euro) presenta una figura del tutto nuova nel panorama letterario italiano recente. Qui si narra infatti di un uomo all’apparenza dinsincantato fino al cinismo più bieco, che accetta di lavorare per un agenzia d’investigazioni private nella quale subito eccelle per la precisione e l’efficienza dei suoi risultati.
Il fatto è che l’uomo non è cinico per nulla e s’accorge presto del potere che ha, annullando magari una prova fra tante di un tradimento (ma quella decisiva!) di cambiare le vite di persone cui, in corso d’indagine, s’è a vario titolo affezionato. L’accordatore di destini di Formisano è in realtà uomo di grandi e profondi sentimenti, amante delle donne e dell’amore per esse.
Coprotagonista di quest’esordio, scritto con lingua vivace e mai corriva, piena di raffinate citazioni musicali, è la città di Napoli. Formisano ama la sua città e la descrive fuori da ogni convenzione o campanilismo. Costruito con sapienza narrativa non comune, il romanzo ha un epilogo sommesso e a un tempo fragoroso. Sospeso fra arroganza e tenerezza, questo accordatore di destini ha il fascino di una musica in parte nota, comunque sempre nuova. Fosse una canzone, non sarebbe una delle molte di Paolo Conte (ma non solo lui) citate nel testo, sì piuttosto uno standard americano: cioè All the things you are; e se fosse uno sportivo, l’uomo di Formisano – e in reltà Formisano stesso – sarebbe un Diego Armando Maradona dei sentimenti, dotato di quel tocco in più che contraddistingue i fuoriclasse.
Del suo libro e di sé Salvio Formisano ha chiacchierato con Stilos: Per accordare gli altrui destini, soprattutto sentimentali, ci vuole più cinismo, disincanto, bontà d’animo o sentimentalismo d’antan? Di che si nutre il tuo accordatore?
- Gli altrui destini non si possono accordare. Il protagonista del mio libro si dà quest’incarico, perché perde un po’ per volta il senno, il contatto con la realtà. Una condizione in cui molti, sempre più spesso, vengono a trovarsi. La cronaca ce ne dà continui esempi: vicini di casa impazziti, senatori ottusi al punto da farci rischiare altri cinque o dieci anni di purghe a base di estratti di biscione e via dicendo. In tutti noi c’è un gap tra la realtà e la percezione che abbiamo di essa. In qualche caso il gap diventa talmente grande che porta alla follia. E’ il caso dell’investigatore che, senza rendersi conto dell’assurdità del suo intento, decide di diventare un accordatore di destini. Da sempre grande camminatore, osservatore, addirittura studioso dei comportamenti altrui, continua a farlo in una veste nuova, quella di investigatore privato, e viene sopraffatto dallo squallore, dal disfacimento di vite, da donne e uomini disgustosi. Rispondendo al primo punto della domanda, dico che per mettersi in testa di fare l’accordatore di destini bisogna essere folli e buoni d’animo. Di cosa si nutre il mio accordatore? Soprattutto di una incrollabile convinzione di essere nel giusto e di dover quindi smettere di riflettere, di assistere passivamente, ma di agire, con coraggio e coerenza.
Le conclusioni cui è giunto dopo anni di riflessioni, lui non lo può capire, come non lo capiscono i folli, sono però viziate da una evidente, ma ben dissimulata, perdita di contatto con la realtà, che lo fa sentire vicino a Dio e quindi in diritto di togliere la vita ad un uomo e una donna "marciti", per salvarne un altro, buono e quasi artista.
Come mai un personaggio del genere parla tanto con parole, nemmeno troppo note, della canzone d’autore italiana? Cosa c’entra, per esempio, Paolo Conte con Napoli?
- Perché l’accordatore è un uomo colto, che ama quindi Paolo Conte, il quale, per me, non è più solo un grande cantautore, un artista immenso, è il depositario della verità. C’entra con Napoli, intanto perché c’entra con me, che sono napoletano e ho passato in sua compagnia, anche se lui non lo sa, tantissimo tempo negli ultimi trent’anni. Poi ci sono almeno un paio di canzoni in cui parla, anche se di sfuggita, di Napoli, e ancora due o tre canzoni in cui si diverte e ci diverte a cantare con un accento napoletano, quasi buono. L’idea comunque di far rispondere l’accordatore alla fioraia con parole di Paolo Conte mi è venuta pensando ad un vecchio amico che anni fa ad una festa, a Londra, rispose a tutti, per l’intera serata, solo con parole e frasi di canzoni di Frank Sinatra. Le conosceva tutte.
Cosa pensa l’accordatore delle donne? E che ne pensi tu?
- Evito risposte banali e ti rispondo ancora con Paolo Conte: Le donne odiano il Jazz, non si capisce il motivo. Le donne si sa, a volte sono scontrose o forse han voglia di fare la pipì. Ne abbiam viste tante di regine, passar sull’altro marciapiede, al sole e noi all’ombra. Ombra e sole, è sempre così. E poi ti rispondo con parole mie: le amo. Mi piace guardarle, tutto mi attrae della femminilità. Non solo, ma anche, quello che piace a tutti gli uomini. Mi piace anche, quando è bello, il loro modo di camminare, di muoversi, la voce. Quando sono intelligenti, simpatiche e anche belle mi innamoro. Non voglio, naturalmente, sproloquiare sul nuovo ruolo delle donne nella società, dell’ex sesso debole che ora è diventato forte e gli uomini, che, poverini, sono smarriti di fronte a queste nuove compagne così cresciute, forti, indipendenti. Si è già scritto e detto di tutto su questo. Mi limito a dire, che se è vero che ci sono tanti uomini, che, poverini, fanno fatica a confrontarsi con queste splendide creature sempre più in crescita, tanto meglio per quelli come me che non hanno di questi problemi; c’è meno concorrenza. No, veramente, è un problema serio per le donne quello della mancanza di uomini interessanti. Ho molte amiche in gamba, di tutte le età, che passano periodi lunghissimi da sole, perché il mercato offre loro poco o niente di interessante.
Fai il soggettista per il cinema. Questo libro è stato pensato anche in quella direzione o no? In ambedue i casi, perché?
- In realtà io non ho firmato diversi soggetti e sceneggiature, ma un solo soggetto e una sceneggiatura: Vesuvio, che rileggendo adesso, dopo un paio d’anni mi pare abbia bisogno di molto lavoro per renderla compiuta. Il libro non è stato pensato per il cinema, anche se riconosco c’è una bella idea per un film. Anzi più di un idea, c’è già quasi un impianto, una struttura su cui lavorare per una buona sceneggiatura. Perché? Perché ho visto più film che letto libri, e ancora adesso amo più il cinema che la letteratura. Nell’accordatore ho cercato di raccontare per immagini, avvantaggiandomi della possibilità di aggiungere molte notazioni psicologiche che in sceneggiatura invece non si scrivono.
A chi dei molti personaggi che metti in scena ti senti più vicino? E di quale delle molte donne citate t’innamoreresti?
- All’accordatore naturalmente. Non sono folle e soprattutto non ho mai ucciso nessuno, né pensato di farlo. Ma un po’ della mia megalomania, che con la maturità sono quasi riuscito a cancellare, è venuta fuori in questo breve romanzo. Di Gina, la fioraia, potrei innamorarmi, o avere con lei almeno una storia. C’è tanto bisogno di donne semplici, amorevoli, premurose. Queste qualità non escludono necessariamente quelle di donna intelligente, colta, di buon gusto, a me più affine. Di che parlerà il tuo secondo romanzo? L’ho già scritto. Sto aspettando la fine del lancio de L’accordatore di destini, per farlo leggere al mio editore, Marco Vicentini e a quella che tu definisci la divina editor Giulia Belloni. Parla di uno che suona la tromba ed è ancora più autobiografico, anche se purtroppo, pur amando molto la musica, non so suonare nemmeno uno strumento.
Ci sono autori italiani – ma anche stranieri van bene – che ti siano piaciuti negli ultimi, diciamo, 5 anni?
- Qualche buon libro, ma nessuno moltissimo negli ultimi cinque anni, forse René Frégni ne La città dell’oblio, anch’esso pubblicato da Meridiano Zero. Mi nutro ancora, soprattutto di Simenon. Che cosa non sopporta un amante feroce della vita come l’accordatore di destini? E che cosa non tolleri tu? Lui non sopporta l’infamia, la meschinità, la mancanza di coraggio e di lealtà e nemmeno io le tollero. Ma per dire quello che mi fa veramente paura, citerò un napoletano immenso, Eduardo: a mme me’ fa paura sulamente o’ fesso.
Giovanni Choukhadarian


arcilettore.it

Il protagonista di questo romanzo inizia la propria storia in un letto abbandonato dalla donna con la quale aveva percorso un pezzo del cammino della vita. Siamo a Napoli e la sua reazione è quella di camminare incessantemente per tutto il tempo della vacanza che era stata progettata. Al termine, egli prenderà la decisione irrevocabile di stabilirsi in quella città. Risolti i problemi che lo legano ad un lavoro in Germania, affitta una camera e inizia la ricerca di un lavoro. Farà il segugio di un investigatore privato ingaggiato per lo più da mogli e mariti che sospettano il tradimento del pater. Professionalmente non dovrebbe mai farsi coinvolgere emotivamente, non di meno, in due occasioni, questo avviene, con conseguenze per certi versi drammatiche e, per altre, quasi liberatorie. Un libro scritto bene e davvero piacevole da leggere

associazione-joseph.it

Il noir o romanzo nero (noir fiction in inglese, Roman noir o polar in francese) è, in letteratura, un sottogenere del giallo, apparso negli Stati Uniti intorno alla seconda guerra mondiale. Si pu ò affermare che, a differenza del genere giallo, dove la trama è tutta incentrata sulla scoperta della verit à, il pi ù delle volte intesa come la scoperta di un assassino, il noir muove la sua trama e sviluppa le sue vicende partendo da un altro punto di vista: il profilo psicologico dei vari personaggi. Diversi sono gli scrittori che hanno fatto e che fanno la storia del noir.
Tra i molti, cito: Chandler, Hammett, James Ellroy, Carlo Lucarelli, Niccol ò Ammaniti, Massimo Carlotto e Piergiorgio Di Cara. Salvio Formisano, con questa sua opera prima, può a buon diritto sentirsi parte integrante di questo elenco. Il libro, asciutto, leggero ma nello stesso tempo dal contenuto non banale, è veramente ben scritto. "Comincia sempre cos ì, con una donna o un uomo che vengono a confessarsi.
Si mettono a nudo, si liberano. È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita. Non c’ è bisogno di fare troppe domande." Il romanzo inizia con il protagonista che ritorna nella sua citt à, Napoli. Lo si vede vagare per le strade senza soste in cerca non si sa di cosa … forse di se stesso. Inizia a spiare le vite degli altri, dato che lavora per un’agenzia investigativa privata. Si occupa sempre pi ù spesso di casi di miseria umana.
A poco a poco quest’uomo si sente sempre pi ù coinvolto da queste vicende, fino a quando, tolti i baffi finti da investigatore, inizia a intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare. E’ in questo momento che da semplice investigatore, il protagonista assume i panni dell’ accordatore di destini e si sente cioè chiamato a porre rimedio alle vicende altrui. Accordare i destini della gente significa, in sostanza, intervenirvi.
E il protagonista lo cerca a ripetizione nei casi sui quali investiga. Questo mestiere non è per lui una semplice professione, ma una missione, all’origine della quale c’è la constatazione che tutto quanto ci accade è mero frutto del Caso. L’accanimento nel voler accordare i destini altrui lo porterà a fare delle scelte che comprometteranno, in modo irrimediabile, la sua vita.
E’ un libro bello, piccolo e comodo da portare sul treno, giusto per un viaggio breve, o da leggere in una serata in solitudine per una riflessione sull’instabilità e la leggerezza del destino umano. Federico Bortolan buenagirl.wordpress.com Libretto nero, con foto di copertina che ci vuole un pochino a capirla. Comunque, bel libro, anzi bel noir. Solo che mi lascia con un dubbio di fondo, un non so che di incompiuto.
Ecco la storia: da Berlino, dove lavora per un’importante società, il protagonista si ritrova a Napoli, città dove è nato e cresciuto, con Gloria, la sua fidanzata, una decade più giovane, lui con l’anello per la proposta, lei con la decisione di lasciarlo. Davanti a un piatto di "spaghetti a vongole" decide di restarsene in città, caotica città, di trovarsi un lavoro e vivere lì. Dopo parecchi colloqui trova lavoro come investigatore privato.
Il mestiere gli fa un po’ schifo, infatti dopo i primi casi inizia a chiedersi cosa può fare, come può salvare quei destini. C’è l’uomo infelice, la donna che, trattata malissimo dal marito, si è rifatta una vita serena, e la felicità di queste persone pedinate si insinua nel protagonista che allora si elegge ad accordatore di destini. Lui aggiusta le situazioni che possono essere aggiustate, prevede, tesse ragnatele quando può. Fino a quando non si scontra col dolore di un uomo che perde tutto, dignità, moglie e figlia, fino a quando lui stesso non perde la fioraia che con la sua semplicità gli aveva portato aria nuova, quella che cercava disperatamente. E lì, follia e lucidità diventano tutt’uno: fa sparire la fonte di dolore del suo nuovo cliente, si erge a dio, uccide e non si sente in colpa. Neanche quando davanti al maresciallo confessa che sì, è stato lui, lui, l’accordatore, lui che doveva fare ciò che andava fatto. Parla con le frasi delle canzoni di Paolo Conte, è sempre in bilico e non si sbilancia, forse è questo il suo limite.
Rimane nell’incerto, come se dalle paginette vorresti sapere di più, avere di più, capire di più, ma le vicende a volte si concludono troppo rapidamente.
È il primo romanzo di Formisano, e tanto c’è di autobiografico, un noir leggero, che non è noir almeno fino a pagina 110: libretto bello da poter portare sul treno, giusto per un viaggio breve.
voto: 7 e mezzo


kataweb.it


È un piccolo libro. Piccolo in questo caso è un aggettivo che va contestualizzato. Piccolo non vuole "diminuire" il romanzo di Formisano.
Non si riferisce neanche alle dimensioni, totalmente irrilevanti. Però si deve dire, è un piccolo libro. Le parole hanno sfaccettature e possono essere prismi. Possono essere anche – spesso lo sono ma lo scordiamo con facilità – diamanti su cui specchiare sensi e possibili sinonimi, oblique metafore. Piccolo, in questo caso vuole avere un senso particolare, vuole onorare questa figura di Accordatore di Destini che ci regala sorprese , colpi di scena, si fa leggere con una grazia straniante e mai retorica. Piccolo in quanto leggero come organza, come seta orientale, piccolo in quanto capace di plasmare manie e liturgie che tutti conosciamo, viviamo, osserviamo negli altri, piccolo perché lontano dal grandioso, dal chiassoso, dal pompato, dal fasullo, un libro che tocca, che si avvicina, che nutre piccole parti della nostra esperienza di lettore, che non urla le parole, che non usa il megafono per la storia.
La semina, pagina dopo pagina, la storia che racconta, la coltiva, la fa crescere, la instilla, passando dall’orrendo al nobile con una magnifica musicale insidiosa maestria linguistica. In questo senso, un piccolo libro. Non ha bisogno dello "speciale", dell’aggettivo ridondante a definirlo, a pomparlo, a gonfiarlo. Intanto ha – e non è una novità per questo editore – un titolo meraviglioso.
"Accordatore" è una parola che suona, che solletica i sogni, che ricalca fantasie e richiama gli strumenti musicali, naturalmente. Il destino o il senso – se c’è un senso, se si sa creare un senso – delle nostre vite, l’impasto che ne facciamo potrebbe essere un violino, una chitarra, una tromba, un pianoforte, un’arpa o altro. Qualche strumento di paesi lontani di cui ignoriamo forma e nome. Più spesso è un grumo. Un grumo di dolore e di ingiustizia, dove vince chi frega, dove vince chi fa a pezzettini l’integrità e la bellezza. Il protagonista viene profondamente toccato da questo reiterato accadere di eventi sbagliati, malati, con irrimediabili conseguenze, con terrificanti sbocchi, con possibili tragiche evoluzioni.
Ma non è la tragedia a spaventarlo, come dimostrerà lo svolgersi della storia, che non vi racconterò, ( non si ri-narrano le storie, non si sciupano i libri anticipandoli), è il deturpare. L’impossibilità che i tasselli del puzzle-vita assumano una forma accettabile. Non perfetta, non ideale, anche sgorbia, ma accettabile. Anche crepata, anche rigata di smagliature dovute al tempo e alla povertà, tutto questo ci può stare ma non possono, non devono esserci necessariamente enormi spaccature. Gigantesce trincee dovre rotolano, – quasi sempre – le anime più gentili, o quelle meno pronte, meno forti, meno corazzate. Quelle ai margini, avvolte di vino, povertà e disperazione.
Questa cosa, che accade sempre, il protagonista, fatica ad accettarla: "È sempre così, soprattutto noi uomini non capiamo mai niente di quello che succede e quando ci accorgiamo che c’è qualche buco nel rapporto lo sottovalutiamo, lasciamo andare aspettando che le cose si aggiustino da sole, al massima facciamo una breve, sommaria analisi della situazione. Ci pare sempre di non avere niente da rimproverarci e da correggere e intanto il terreno ci frana sotto i piedi e il buco diventa un baratro."
È ruvido, diverso, solitario per scelta. Si occupa di investigazioni private quest’uomo che cammina, cammina tanto, cammina sempre, vive presso un’affittacamere discinta e impicciona, quest’uomo che macina chilometri, cerca la solitudine e scrive, scrive quando può e appena può in una Napoli che brilla lontana da stereotipi e da immagini bollite. Investigare per lui, spiare e fotografare per stendere rapporti utilizzabili dai clienti è un’attività che gli serve come spioncino, come finestra d’osservazione su spaccati di vite, inquadrature di esistenze strascicate come le ciabatte della donna che ogni mattina, quando fa colazione, si sente in diritto di fargli il terzo grado, essendo casa sua, in fondo, dove abita, dove si nasconde, dove si riposa, dove pensa e scrive. Investigare è un mezzo per guardare meglio, per una. attenta, peculiare osservazione.
Di vite dolenti, di amori stanchi, rancori esplosivi: "Posso già fare una statistica. Le persone che si rivolgono all’agenzia sono più o meno nello stesso numero uomini e donne, quasi sempre mariti e mogli. I primi, spesso, mi fanno inorridire, le seconde mi inteneriscono. Queste non provano alcuna vergogna a raccontare la loro storia, i loro sospetti. Sono tormentate, afflitte, piangono, sperano di sbagliarsi. Qualcuna, in preda alla disperazione e alla confusione, ci supplica di salvare il suo matrimonio. Mentre il nostro lavoro, generalmente, è quello di sfasciarli, i matrimoni."
Ci sono echi e rimandi a canzoni, a film soprattutto francesi, nonostante una Napoli presente e a tratti persino ingombrante ho ritrovato una bella atmosfera che richiama, fa riecheggiare film che ho amato, melodie agrodolci, annotazioni sulla gente schierandosi senza indugio dalla parte dei fragili, di quelli perdenti e friabili. Ritocca e adatta questo accordatore che si innamora di una fioraia come Charlot.
Ritocca e lascia che il tocco della sua scrittura ci porti per mano, fra pensieri, associazioni, piccole congiure, accordi, ricordi, sperimentazioni, piccole disperazioni, momenti di sosta, in cui il tasto STOP viene idealmente premuto. Ritocca Formisano, ci parla di lui esponendoci con sapiente narrazione-nascondimento ossa già spolpate, nervi coperti e scoperti, attimi ludici e momenti d’amore, piccoli, come il libro, momenti d’amore nei quali si può anche sbagliare il congiuntivo, non importa, non cambia nulla, lo fa esaltando il dettaglio e l’imperfezione, lo fa con dolcezza, commovendoci spesso.
Francesca Mazzucato


napoli.it
11 Marzo 2008

L’accordatore di destini del titolo è un semplice investigatore privato che, immerso nelle brutture della vita che gli piovono addosso ad ogni passo del lavoro, sente in qualche caso una imperiosa forza interiore obbligarlo a mutare quanto gli passa sotto gli occhi, per opporsi ai soprusi imposti dal fato a persone che non li meritano affatto. Salvio Formisano, sceneggiatore cinematografico napoletano, esordisce nella narrativa con questo lavoro – Meridiano zero – denotando doti non comuni di indagine psicologica.
Il protagonista, narratore in prima persona, è alla deriva, abbandonato dalla compagna dopo due intensi anni. Per andare avanti, sostituisce l’amore per Gloria con quello per Napoli, la città da cui mancava da tempo, i cui cittadini vengono indagati con l’occhio benevolo di chi non è solito fermarsi alle apparenze.
In essa riesce persino a trovare un nuovo lavoro: "Che cosa faccio? Rubo l’intimità delle persone, rovisto nelle miserie delle loro vite e le rovino".
Tradimenti, vergogne, umiliazioni, i sentimenti peggiori scorrono sotto gli occhi dell’inquisitore: uomini che si perdono per il troppo amore, donne che cedono per la trascuratezza di chi gli sta affianco, parassiti che vivono alle spalle di altri. A quegli occhi si richiede di restare impassibili ma ecco che, nell’illusione di ergersi sulle situazioni, l’uomo cede a una sorta di volontà di potenza che vuol assegnare una nuova possibilità a chi boccheggia sotto quella toccatagli in sorte. "Un lavoro vale l’altro, ma a me che cosa sarebbe piaciuto fare? Fin da ragazzo, quando ci pensavo, non mi veniva in mente niente di particolare. Farneticavo qualche volta di qualcuno che mettesse la gente sulla strada giusta.
Pensavo a uomini di grande esperienza, capaci di immedesimarsi e intuire, di più,individuare le potenzialità e attitudini della gente. Creatori di destini. Quante persone sono fuori posto o fanno scelte sbagliate perché non si conoscono e non sanno cosa va bene per loro. Quanti lavorano alle poste, fanno i ragionieri o i farmacisti perché non gli hanno mai regalato una chitarra, magari sarebbero stati degli ottimi musicisti, e soprattutto felici." La correttezza sul lavoro comincia ad incrinarsi quando si imbatte in Loredana, bella moglie e madre trentacinquenne.
Il marito è un avvocato arido ed egoista, le dedica tre minuti settimanali in un rapporto frettoloso in cui lei non si preoccupa nemmeno più di simulare l’orgasmo. Walter è il padre di uno dei ragazzini cui dà lezione, le cambia la vita e le schiude nuovi orizzonti. È la felicità di cui non ricorda più – se mai l’ha conosciuto – il sapore. L’armonizzatore di fati, fautore di una surrettizia giustizia umana, non denuncia al marito il tradimento, certificando il falso, e avvisa gli amanti che sono stati scoperti. La coscienza si placa. "Addio e buona fortuna. Non sarò certo un creatore, ma almeno un accordatore di destini, questo sì, e Walter e Loredana potevano continuare ad amarsi." L’incontro con una fioraia, Gina, sembra modificare il percorso. L’innamorato, saccheggiando i versi di Paolo Conte, fa breccia nella ragazza, che ci sta pur senza capire i voli di chi le sta di fronte. Ma l’illusione del nuovo amore è breve.
Lei precipita in coma per la caduta dovuta ad uno scippo contrastato, che le ha fatto battere la testa sul marciapiede.
La sua vita è appesa ad un filo. Frastornato, lui va a farle ripetute ma gelide visite ospedaliere, inceppato da un dolore lancinante.
Gina non ce la farà, ma già nell’uomo le cose non giravano più come prima. È il nuotare continuo in quel mare di veleno che intorbida l’esistenza di tanti ad inquinare in lui la fonte della vita. "Gina, non lo so che cosa succede quando si muore, né dove sei adesso. Sei partita stamattina presto, chissà se sei già arrivata nella tua nuova casa, forse sì, erano già molti giorni che te n’eri andata e avevi lasciato solo un cuore a battere debolmente e il respiro a far finta che eri ancora lì. Sono sicuro che dovunque tu sia sarà un bel posto pieno di fiori e di gente simpatica, che ti sorriderà e ti amerà.
Non può essere diversamente, se c’è giustizia almeno lassù. Chissà se ci rivedremo, chissà come funziona dopo che uno è morto. Non penso che mi manderanno lì dove sei tu, non me lo merito. Ti avranno messo con altri angeli; il cielo sarà sempre azzurro e il sole splenderà tutto il tempo. Ci sarà molto verde e potrai piantare tanti bei fiori. Di sicuro incontrerai un uomo che ti amerà e ti manderà dei bigliettini con scritto ’ti amo’ e il suo nome." Il lavoro procede, sulle solite note, ma i drammi continuati si dilatano nella mente dell’accordatore, iniziando a distorcere ogni cosa.
Il secondo aiuto arriva per Giovanni, in origine un ottimo restauratore, poi marito distrutto da una moglie infame che si sceglie come amante un dipendente di lui, e non si limita a questo. Passo dopo passo, lo emargina dal nucleo familiare, dai rapporti con la figlia; lo sostituisce in ogni cosa col nuovo amore. Giovanni si riduce ad una larva, schiavo del bere, scendendo le varie tappe del degrado fisico e mentale. Per estrometterlo definitivamente, gli amanti commissionano l’indagine: lo scopo è dimostrare che Giovanni è un alcolizzato inaffidabile, ed ottenere il divorzio.
L’aiuto sarà prima nel parlargli e tentare di scuoterlo dall’abulia, ma l’uomo è troppo andato per reagire. Ed allora l’intervento diverrà molto più pesante. Non si limita più ad un accordo ma è l’intera sinfonia ad essere stravolta. "In pochi mesi sono diventato un altro. L’identità non è qualcosa che si possiede; cambia, si forma e si trasforma passando attraverso le cose. Siamo quello che facciamo, la vita che viviamo, quello che ci capita.
O quello che ci facciamo capitare. È vero anche questo, ma solo in parte." Sui tentativi di sovvertimento dei destini non sappiamo come va a finire. La vita continua a correre, indipendente. Già cercare di deviarla dal proprio alveo è impresa temeraria per un uomo: non è forse troppo pretenderne il successo? "Incontri. Questo, alla fine, più di tutto decide le nostre vite: chi si incontra."
Luigi Alviggi


fahrenheit451quarrata
6 Agosto 2009

"Comincia sempre così, con una donna o un uomo che vengono a confessarsi. Si mettono a nudo, si liberano.
È impressionante il modo in cui si aprono e ti raccontano la loro vita. Non c’è bisogno di fare troppe domande." Vagando senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli, un uomo spia le vite degli altri. I casi di cui deve occuparsi per conto di un’agenzia investigativa privata gli mettono quotidianamente davanti la materia bruta della miseria umana. Ore passate a camuffarsi, ad appostarsi, a pedinare, solo per scoprire esistenze grette, rovinate dal caso, dalla noia, uomini che maltrattano donne, donne che umiliano uomini, fino all’insopportabile, e il tradimento che si configura spesso come l’unica via di fuga dal presente.
È così che il protagonista di questo romanzo d’esordio comincia a pensare di intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare, di redimere quanto in realtà sarebbe pagato per mandare a fondo. Foto truccate, rapporti leggermente "ritoccati" le tracce dei tradimenti che scompaiono: uscendo pian piano dal suo ruolo di investigatore, entra nei panni di un insolito accordatore di destini, chiamato a porre rimedio all’insipienza e alla casualità dell’esistenza altrui. Ma questa volontà di modificare il fato degli altri, per saIvarli, lo porterà fino a un punto da cui non è più possibile tornare indietro. Una prosa asciutta, attenta alle sfumature, pervasa da un indefinibile senso di straniamento, per una riflessione delicata e a tratti struggente sull’instabilità del destino umano. Un buon noir che si fa leggere tutto in un fiato con una trama incalzante e scorrevole e una prosa asciutta priva di inutili e noiose descrizioni. Giudizio Universale giugno 2007 Farsi i casi propri La storia è lineare e il protagonista uno, il che è un buon inizio per confezionare un’opera prima dignitosa. Anche se la lingua di Salvio Formisano oscilla sul pericoloso confine che separa il tono personale da quello ombelicale, e qualche volta scivola di qua qualche volta di là, in un’alternanza di straniamento e sorpresa che continua a lasciare il lettore indeciso se L’accordatore di destini gli piaccia o no.
"Mi piace scrivere perché si sta seduti e perché ho il computer in camera e quando sono stanco mi butto sul letto e mi addormento. Poi perché non si paga niente e anche perché quando mi metto là, davanti al computer, mi vengono le cose da scrivere". Questo è personale, funziona.
"Basta! La mente è tornata ad andarsene per conto suo, come da ragazzo, quando non riuscivo nemmeno a studiare, a tenere la mente ferma, concentrata. Associazioni di idee e assonanze tra le parole si portavano i pensieri a spasso, mentre fissavo la pagina e leggevo sempre le stesse tre righe". Questo non è personale, è universale ma al tempo stesso ombelicale, riportato come un vissuto speciale del personaggio e invece noto a tutto il mondo, persa l’occasione di dirlo con parole personali e invece perfettamente retorico.
Così tra un passaggio forte e uno stonato, un’introspezione troppo lunga e una digressione gratuita, si impara anche ad affezionarsi al personaggio e alle sue frasi migliori; lui è un tipo depresso, dalla personalità riflessiva, contorta, deviata da un’insana solitudine amplificata da un lavoro solitario. Del resto lo dice lui stesso: "L’isolamento espone un uomo a seri pericoli. Non vivere per gli altri, o almeno con gli altri, allontana dalla ragione e dalla vita stessa". E così lui, che per una delusione d’amore si isola dal mondo, comincia a perdere il contatto con la realtà, e quando il destino gli concede uno spiraglio, un nuovo incontro ("Questo, alla fine, più di tutto decide la nostra vita: chi si incontra"), il destino stesso glielo sottrae con un atto di crudeltà e di ingiustizia, e da lì l’uomo e la sua mente sono perduti (e altrimenti non sarebbe possibile quel finale).
Il romanzo parla di destino e molto di tradimento, ma non attraverso la storia di una coppia, bensì attraverso quella di un investigatore privato che si trova suo malgrado a pedinare mariti e mogli infedeli, e a parteggiare per gli uni o le altre a seconda delle loro ragioni. Una trovata semplice e potente, un modo per parlare di una cosa grande spiandola con discrezione. Insomma il tradimento è relativo, così come il destino: si è destinati, ma il destino assomiglia al caso, e si ha un margine di intervento. "È la vita che ci raccoglie. Tu t’incammini e vai, poi è lei che decide.
Devi essere bravo ad approfittare del momento o a scansarti, e non è facile nemmeno questo". Però si può fare, e chi non ci riesce può essere aiutato. Se esistessero "uomini di grande esperienza, col talento per immedesimarsi e intuire le potenzialità della gente e le loro attitudini", uomini capaci di indicare la strada giusta e la persona giusta, creatori di destini, insomma, "quante vite rovinate si eviterebbero". Ma ci si può accontentare di intervenire a metà strada, quando si è imboccata quella sbagliata: non più creare il destino, ma accordarlo.
Ed è quando non si è più in grado di accordare il proprio, che ci si illude di avere il diritto e il dovere di intervenire sui destini degli altri. Ma questo a sua volta influisce inevitabilmente sul proprio. Così fu che l’investigatore andò per accordare, e rimase suonato. L’autore: napoletano, 52 anni.
Ex rappresentante di commercio, ex tecnico areonautico, ha deciso di dedicarsi alla scrittura. È al suo primo romanzo ma ha già pronto il secondo. Passo campione: "Credevo di essere più cinico, o forse non mi aspettavo tanto squallore. Non sono le normali, fisiologiche infedeltà a disturbarmi, è il mare di veleno in cui nuotiamo, così grande, così torbido".
Paolo Conte: il protagonista parla alla donna appena conosciuta solo con parole del cantautore. Il che suona come una nota stonata. Che per un accordatore…. Se fosse una canzone: non sarebbe una di quelle di Paolo Conte. Se fosse una filosofia: quella dello scrittore Dürrenmatt, il caso governa i destini umani.
Viola Rispoli

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 02.04.2013.

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