Quelli che restano

Quelli che restano

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Autore: Hugues Pagan

La notizia di una prostituta brutalmente uccisa è di quelle che scorrono veloci nei notiziari: poche righe, delitto irrisolto, caso chiuso. Chess è un ex sbirro dell’Usine, con l’anima piena di cicatrici e gli occhi persi nel fondo di una bottiglia di rhum, ma la morte la fiuta meglio di chiunque altro. E quando Fortune, il magnaccia della prostituta massacrata, gli chiede di trovare l’assassino, accetta l’incarico sfoderando il vecchio istinto da cacciatore di taglie.
Comincia nel modo più sporco un’indagine imbevuta di ombre e di un amore pieno di malinconia: quello per Dinah, una donna divisa tra il freddo marziale della polizia parigina e il bisogno di sentirsi importante per l’uomo che ama ancora. Sarà lei a tenere Chess per mano, lavandogli le ferite inferte dalla ricerca disperata di un colpevole che sfugge come nebbia fra le mani.
E mentre il male alligna fra i bistrot imbottiti di blues che sbiadiscono nelle tinte di grafite dell’alba, Chess rovista come un lupo notturno fra le pieghe di una città popolata da angeli neri e criminali da due soldi per scoprire che la cancrena della violenza è arrivata a corrompere anche la Polizia.
Nel secondo episodio del ciclo inaugurato con Dead End Blues, Hugues Pagan ritrae una Parigi trasfigurata e vampiresca, teatro silenzioso di un’inquietante danza macabra che diventerà, un passo dopo l’altro, la discesa lungo la china di un inferno urbano.


"Un’altra perla di Hugues Pagan"
- Massimo Carlotto -



Autore

Hugies Pagan nato nel 1946 in Algeria, terra di cui conserva tuttora un ricordo abbagliante, Hugues Pagan "rientra in Francia per obbligo e vi rimane per necessità". Come molti pied noir vive un certo senso di sradicamento: un’irrequietudine che lo spinge a scelte radicali e apparentemente contraddittorie. Dagli studi filosofici all’impegno politico sulle barricate del Maggio francese, fino alla decisione, nel 1973, di entrare in polizia. Infine, a partire dal 1982, la letteratura: quasi un riflesso unitario delle proprie esperienze.
Già dal primo romanzo, L’ingenuità delle opere fallite, Pagan si mostra capace di esprimere - attraverso un registro tesissimo, in funambolica sospensione tra ridondanza e asciuttezza - quell’indomita fede nel realismo che obbliga la letteratura a farsi testimonianza.



Recensioni

carmillaonline.com
20 Settembre 2009

Hugues Pagan, ex militante sessantottino divenuto commissario di polizia (un po’ come il nostro Piergiorgio Di Cara, ex leader della Pantera), poi dimissionario dal Quai des Orfèvres e affermatosi come scrittore, riassume un po’ tutte le caratteristiche del noir francese contemporaneo.
Stile stringato, frasi brevissime, immagini vivide, taglio cinematografico. Scenari urbani (Parigi) desolati, malinconici, prevalentemente notturni e piovosi. Un poliziotto – o, nel nostro caso, un ex poliziotto – amaro e apparentemente cinico, ma in realtà portatore di una sua morale, che si trascina stancamente tra i bistrot, con un sottofondo di musica jazz. E un caso di omicidio che, a furia di ramificazioni, ci dice che tutto il sistema è marcio, e in particolare lo è la polizia, che dovrebbe vegliare sulla sicurezza di noi tutti. Invece…
Si annusano Raymond Chandler, il Dashiell Hammett di Piombo e sangue e La chiave di vetro, il Jean-Patrick Manchette dei romanzi con protagonista il detective privato Tarpon (Un mucchio di cadaveri, Piovono morti). E inoltre i film di José Giovanni o quelli più recenti di Olivier Marchal, ex poliziotto anche lui, con al centro degli sbirri che in francese si direbbero désabusés, si tratti del compianto Lino Ventura, di Gérard Dépardieu o di Daniel Auteuil, tutti gravati dall’ombra incombente dell’ultimo Jean Gabin (La fredda alba del commissario Joss).
Duri tra i duri, sconfitti tra gli sconfitti, eppure ultimi cavalieri erranti in un mondo di merda. Pagan è la sintesi di questo immaginario, anche per dati biografici dell’autore, e chi ama il contesto trova in lui completa soddisfazione. Il protagonista di Quelli che restano si chiama Chess, lo abbiamo già visto in Dead End Blues: "Un uomo magro, più vicino ai cinquanta che ai quaranta, un uomo con un soprabito blu che poteva permettersi solo un pezzo grosso, con stivaletti Gucci e vestito a doppio petto blu polvere". Chi lo contempla è un poliziotto, e infatti segue subito il commento al vetriolo: "Gli sbirri fiutano i soldi, come certi cani bene addestrati fiutano la droga. È per questo che vengono utilizzati entrambi."
Chess si è lasciato convincere da un pappone a indagare sull’assassinio infame di una delle sue donne. C’è da calarsi nella malavita parigina e seguirne i meandri, organizzati secondo suddivisioni spesso etniche. Contattare prostitute, battere quartieri insalubri, confrontarsi con i boss grandi e piccoli della periferia.
Da ex uomo dell’Usine ("l’officina", cioè la polizia; la Factory in Derek Raymond), Chess ricorre – tra una bottiglia di rhum, una jam session di jazz e un amorazzo frettoloso – agli espedienti del vecchio mestiere. Fino a scoprire che tra la Parigi sotterranea e quella emersa scorrono catene di complicità vergognose. Il marcio è ovunque: persino nella donna di cui il detective cominciava a innamorarsi. Non c’è amore per gente come lui. Una realtà spietata non gli concede nemmeno quel sollievo.
C’è molto Derek Raymond (l’autore di punta di Meridiano zero) in tutto ciò: la prostituta uccisa era la migliore del mazzo. E ci sono tutti gli autori che ho citato, più molti altri. In Pagan fa la differenza la sua esperienza personale. Quella che lo spinge a far dire a Chess (ma probabilmente chi parla è Pagan stesso), nelle ultime pagine, di avere lasciato l’Usine dopo che questa era diventata il braccio della Confindustria francese e dei suoi servi. Una peculiarità della Francia? In Italia chi macellò a Genova è promosso, chi uccise Aldrovandi, Rasman e Bianzino subisce pene platoniche.
E guai a mettere in scena, in un nostro romanzo, uno sbirro corrotto. Le forze dell’ordine sono, per definizione, sante e immacolate. Il poliziotto letterario-televisivo italiano è una specie di icona, al massimo un simpatico pasticcione, più spesso un eroe purissimo. E se emerge che un generale dei carabinieri patteggiò con la mafia, nella letteratura della penisola detta impropriamente noir non ne resterà traccia.
Ben venga, allora, la prosa cinica e sincopata di Hugues Pagan. Appartiene a un sottofilone, ma dice la verità. Cosa che da noi, salvo poche eccezioni, non usa.
Valerio Evangelisti


alphabetcity.it
18 Dicembre 2009

Il polar è un genere che ci ha regalato, specialmente nel suo periodo d’oro tra gli anni Quaranta e Cinquanta, capolavori ancora insuperati e che nulla hanno da invidiare ai migliori noir americani, così come il neo-polar, come viene etichettata la nuova via della letteratura nera francese dopo il 1968 e che ha visto come suo massimo esponente lo straordinario Jean-Pierre Manchette.
Hugues Pagan è figlio, artisticamente parlando, di entrambe le correnti e del cinema che da queste è derivato e la sua produzione, iniziata poco meno di trent’anni fa con il romanzo L’ingenuità delle opere fallite, può tranquillamente essere considerata tra le più importanti di questo genere così amato.
Quelli che restano è un esempio magistrale di neo-polar, in cui le atmosfere americane degli anni quaranta si fondono con quelle francesi dei Sessanta e tra un bourbon e una voluta di fumo, un pezzo di Coltrane e una notte di pioggia, si dipana l’indagine di un ex poliziotto ormai alla fine del servizio, malato di cancro e di memorie dolorose. Chess, ora investigatore privato con il trench e la sigaretta, deve trovare chi ha ucciso la donna di Fortune, un boss della prostituzione che cerca vendetta, e per farlo dovrà tornare a bazzicare i luoghi e i colleghi dell’Usine, uno dei più duri commissariati di Parigi, nonché uno dei più corrotti.
Una discesa nel suo inferno personale che lo porterà a scoprire cose che avrebbe preferito evitare e neanche l’amore per la bella poliziotta Dinha, depressa e letale, riuscirà ad alleviare i dolori della sua vita. Scritto con una classe non comune, ricco di descrizioni minuziose e con un linguaggio raffinato, Quelli che restano è un romanzo dalle atmosfere soffuse e avvolgenti, che deve molto alla letteratura americana gialla e poliziesca, da Chandler a Hammet e Spillane, ma che allo stesso tempo è fortemente ispirato dal cinema polar francese degli anni Sessanta.
Pagan sviluppa l’intreccio con grande maestria, accompagnando il lettore in un’indagine solo apparentemente complessa, ma sviluppata invece con impressionante linearità, fino all’inevitabile conclusione e disvelamente finale. Un romanzo di classe, come ormai se ne leggono pochi, fatto di pagine da sfogliare, ma anche di sensazioni fisiche che queste pagine sensuali trasudano, emozioni fortissime che non scivolano via quando si mette il segnalibro, ma ti restano addosso, tanto che basterebbero un trench e un borsalino per avere la possibilità di bersi un cognac in un fumoso bistrot parigino, conversando di jazz, belle donne e occasioni perdute.
Alessandro De Simone


cinemadadenuncia.splinder.com
13 Settembre 2009

Parigi, marzo 1992.
Sono passati due anni da quando Chess è stato silurato dai pezzi grossi dell’Officina (la polizia in gergo interno). Più vicino ai cinquanta che ai quaranta, l’ex ispettore della Divisione Dodici vivacchia in un piccolo ufficio sfiorato dai treni e perennemente impregnato della musica che esce da uno stereo anni Sessanta.
In piena notte, senza preavviso, si presenta Fortune, un macrò antillese insolitamente elegante che gli lancia una busta e sibila il nome di Velma, una sua protetta massacrata impunemente da assassini non più ricercati dalla polizia. Per il recalcitrante Chess è l’inizio di un’indagine che lo metterà di fronte ad ex colleghi marci fino al midollo e a vecchie conoscenze del milieu criminale; un voyage au bout de la nuit guidato dalla disillusione e illuminato dall’amore troppo grande di una donna troppo vulnerabile: Dinah.
Chess: scacco personale e musica scolpiti nel nome (la Chess Records è stata la massima etichetta discografica di Chicago negli anni ’50-’60 e, vedi caso, il soprannome affibbiato all’ex ispettore era proprio "Chicago").
Lo "sbaraccamento morale" e il jazz sono difatti tra i motivi portanti di Quelli che restano, secondo titolo di una trilogia poliziesca iniziata da Hugues Pagan con Dead End Blues e conclusa con La notte che ho lasciato Alex.
Il sax di Lester Young e la voce di Billie Holiday innervano sonoramente l’intera vicenda, in un sapiente riflesso musicale che intensifica e trasfigura la relazione tra lo sfuggente Chess e la fragile Dinah: una storia d’amore corteggiata dalla morte. Così come braccata dalla morte è l’indagine dell’ex flic, scavato interiormente da un cancro in espansione e coinvolto in una caccia a tre assassini che la polizia ha smesso di cercare precocemente. Troppo. I riferimenti cinematografici e letterari non si contano: nel protagonista di Quelli che restano non c’è solo il disincanto del Bogart de Il mistero del falco con spruzzi di Acque del Sud, ma anche la sarcastica amarezza del Bardamu céliniano con acuti faulkneriani e shakespeariani in sordina.
Tutte suggestioni messe prodigiosamente al servizio di un personaggio dalla profondità inusitata, coscienza centrale di un noir esistenziale se mai ve n’è stato uno. Scorza ruvida e insanguinata da hard boiled, bevute al bancone e duelli di sapore western, terrificanti squarci da diario intimo, sensualità a fior di pelle da mélo incandescente: frammenti sparsi ricomposti da Pagan in un polar che ingoia come una voragine il marciume dilagante e lo rigurgita sotto forma di scrittura nerissimamente morale. Nella narrazione in prima persona stagna di Chess non c’è più interesse per la città dei vivi (Parigi trapela appena, soffocata da uno sguardo chiuso in se stesso), non c’è più disponibilità a calarsi nei panni degli altri (il "se fossi stato in lui" è rimpiazzato dal "non mi riguarda"), non c’è più sensibilità per indovinare le nostalgie e i tormenti altrui, neppure quelli della persona amata.
Nichilismo in dosi da cavallo. E nel suo indichiarato anelare a un ideale di giustizia così estremo da tendere all’autodistruzione, in Quelli che restano sopravvive soltanto l’intima, angosciosa convinzione che non è la morte a infierire sugli uomini, ma è la vita a torturarci con accanita, inesausta avidità: "Non è la morte che ci ripulisce le tasche, è la vita la grande borseggiatrice. La morte interviene solo per il conto finale, e dubito le rimanga molto da arraffare" (p.93).
Eppure, splendido colpo di reni, tutto ciò non si traduce in resa incondizionata o peggio in rassegnata autocommiserazione, ma in una ritirata strategica nell’ultimo e ben riparato baluardo della verità: la scrittura. Secondo la leggenda, Lester Young, giunto al termine della sua esistenza, ormai parlava solo con i morti…
Alessandro Baratti


Il Corriere Nazionale
18 Ottobre 2009

La scommessa di Chess

Non la prende alla lontana la questione. Chess la sbatte in faccia al lettore dalle primissime pagine.
Ex flic, come lo era il Fabio Montale di Izzo, è uno che non nasconde la sua vulnerabilità. Chess è un beur, un Francese di origini algerine-gitane, che vive a Parigi. Una Parigi che preannuncia i focolai delle banlieue, una Parigi della strada, delle strade, dove l’ombra della morte si insinua sull’asfalto lurido. Dove comparse e primi attori si muovono al ritmo del malinconico blues di Billie Holiday.
Fuma e beve bourbon, Chess. Dalla finestra del suo monolocale vede passare i treni. Ne conosce il suono dal fremito delle rotaie. I treni punteggiano le sue giornate in cui si dedica a scrivere sceneggiature da quando, per il cancro, ha dovuto lasciare la polizia.
Ma la vita non si ferma, non è come i treni, perché un giorno Chess si ritroverà a seguire un caso, un delitto irrisolto, di quelli che non meritano neanche un titolo. A tirarlo dentro in un’estenuante ricerca della verità è un magnaccia che vuole sapere chi ha massacrato la donna che amava, una giovane prostituta. Chess sfodera la sua abilità di detectiguaggio del ricatto e della violenza, più che codici, sono l’essenza di un quotidiano intriso di dolore. Un viaggio in cui l’ex flic si ritrova con una giovane poliziotta, che lo amava da sempre.
La vita, più che il cancro, lascia molte cicatrici. E vivere significa, come nel caso di Chess, essere pronti a nuove ferite. Quelli che restano di Hugues Pagan (ed. Meridiano zero), è un polar in grande stile, amaro da far male e intriso di poesia. Che affonda il coltello nelle verità omesse e nella realtà di una Parigi dove anche la polizia si sporca le mani per il danaro facile.
Una proposta che viene dalla casa editrice che ha pubblicato tutte le altre opere di questo autore la cui biografia riemerge in molti tratti dei suoi testi. Nato in Algeria, Pagan vive a Parigi dall’età di 20 anni. Dopo aver studiato filosofia e partecipato al Maggio francese è entrato in polizia dove ha lavorato per anni come ispettore.
Quelli che restano
è un romanzo che "si respira" tra atmosfere e silenzi di una città in cui gli intrecci delle identità sono focolai che divampano per sfuggire allo spettro della morte. Dove la fatica di vivere è spesso più forte della vita stessa.
Stefania Nardini



freakout-online.com


La notizia di una puttana ammazzata in modo efferato è una di quelle che occupano lo spazio minore possibile nei notiziari: poche righe lette alla radio e servizi con inquadrature sul luogo del delitto con la polizia che fa dei rilevamenti, uno intanto mangia, magari sapendo in anticipo che potrebbe vedere qualcosa di disgustoso guarda nel piatto, tanto un minuto dopo arrivano le notizie sportive.
Chess non fa più parte della polizia, vive con la sua collezione di dischi jazz in una casa vicino ai binari: la sua vita è scandita dai treni che gli passano sotto il balcone. Il magnaccio lo convince a indagare. Ecco che una puttana ammazzata non è più una notizia che fa da riempitivo, ma è lo stimolo per venire a contatto con vite incompiute, poliziotti corrotti che fanno davvero paura, malavitosi da due lire e giochi di potere.
È inquietante leggere la biografia di Pagan in terza di copertina: passato dalle barricate del maggio francese, alla polizia e poi alla letteratura; fa impressione sapere che, se pur di finzione si tratta, chi scrive ha vissuto qualcosa del genere sul serio.
Massimiliano Zambetta


labileabile-traccia.com
16 Marzo 2010

"Ero stato uno sbirro, mi avevano messo alla porta. Ne avevo preso atto. Avevo sempre la mia .45 in tasca, perché nessuno aveva avuto ancora le palle per venire a prendermela."
La trama di questo libro non è delle più originali: una prostituta uccisa, il cui corpo viene ritrovato orrendamente mutilato, le indagini di un investigatore privato ex poliziotto, la ricerca degli assassini e del mandante. Invece, ciò che rende speciale il romanzo di Hugues Pagan è la scrittura: asciutta ed essenziale, secca e cruda.
Frequenti le concessioni poetiche, quali le metafore, atte a rafforzare il senso di una realtà troppo crudele e vera per essere sopportata. Una scrittura capace di rendere palpabili le atmosfere di una Parigi malinconica, fatta di nuvole e pioggia, notti insonni e locali equivoci, delinquenti, papponi e puttane, e personaggi surreali. Il protagonista, l’ex ispettore Chess, si sente sconfitto dalla vita, dalle circostanze, o meglio da se stesso. "Alla fine, nessuno mi ha spinto nella fossa. Sono io che mi sono seppellito da solo. Da nessuno si è traditi così bene come da noi stessi".
Più che vivere, si lascia vivere, dentro una città cupa, quasi sempre allagata da acquazzoni improvvisi, rabbuiata da nuvole minacciose, a volte illuminata da tramonti mozzafiato. A scandire le sue giornate sono forti dosi di alcool, decine di sigarette e la voce di Billie Holiday (Lady Day), il cui declino personale accompagna lo svolgersi della storia.
La netta sensazione che si prova di fronte al personaggio dell’ex poliziotto è quella di avere a che fare con un uomo imprigionato nel proprio passato, disilluso e violentato nei suoi più alti ideali. Un uomo assediato dai propri fantasmi, che vive perché deve, ma che farebbe volentieri a meno di svegliarsi la mattina. Chess dorme in ufficio, sopra un vecchio divano. Una notte, verso le tre e mezzo, gli si presenta davanti un tale di nome Fortune.
"Non era il solito magnaccia. Trentotto anni. Alto come me, e grosso uguale. Elegante. Naturalmente elegante, il suo respiro breve, secco e sibilante, era quello di un morto vivente". Fortune incarica Chess di trovare l’assassino di Velma, una delle sue puttane, visto che il caso era stato chiuso ufficialmente dalla polizia con un autentico fiasco. Durante le indagini, Chess reincontra Dinah, la poliziotta con la quale aveva avuto a suo tempo una relazione.
"Era migliore di me al tiro mirato, ed era brava quasi come me al tiro istintivo – ventisei anni, e due occhi già fissi e sospettosi. Due occhi senza età, se mai l’avevano avuta – il tipo di ragazza capace di sfornare un mucchio di marmocchi e pure di tirarli su decentemente". Dei due è Dinah a credere maggiormente nel rapporto e in un possibile futuro insieme, è lei ad amare davvero, forse troppo.
Chess, invece, pare lasciarsi vivere anche in questo caso, impegnato com’è nel nuovo e pericoloso incarico. Una missione che, passo dopo passo, lo catapulta dentro un passato dal quale, in realtà, non è mai uscito. "Certe notti ripercorro il mio passato passo a passo e finisco sempre per trovarmi di fronte allo stesso muro". E il muro di cui parla Pagan è quello della corruzione che attanaglia la polizia, con la quale Chess ha modo di scontrarsi ancora una volta, sempre consapevole di avere a che fare con persone ignoranti, ma potenti, organizzate e ben armate.
Pagan, attraverso il racconto delle indagini di Chess, lancia un’accusa nei confronti della società intera e della "delinquenza di stato", di cui si hanno sterminati esempi quotidiani, che "si distingue dall’altra solo perché ai suoi membri è garantita l’impunità, la mutua e la pensione".
Il messaggio finale di Pagan-Chess è dunque l’amara presa d’atto dell’impossibilità di cambiare le cose, dell’impotenza del singolo di fronte alla potenza dello stato.
"Inutile rodersi il fegato per ciò contro cui non si può fare nulla".
Ci sono quelli che restano e quelli che non ci sono più. E non è facile, dopo la lettura di questo romanzo, decidere chi siano i più fortunati.
Lorella De Bon


lettera.com
7 Agosto 2003

"Non sto fuggendo. Sono morto."
Velma è giovane e bella e, come tante altre, batte nei sobborghi di Parigi.
È una ragazza bionda che fuma sigarette fuori moda, le Kool, e si colora le labbra di fuxia, con un rossetto che nessun’ altra porta, anche se si trova in tutte le profumerie. Il suo cadavere, orrendamente martoriato, è stato ritrovato nei pressi di Vincennes.
È stata torturata e uccisa nel peggiore dei modi possibili. I suoi assassini hanno infierito su di lei con ferocia inaudita.
Chess, ex ispettore di polizia, decide di tornare in quello sporco mondo dove lavorava, un mondo di poliziotti corrotti e depravati, piccoli criminali, droga e violenza.
Troverà la verità sulla fine di quella che non è soltanto l’ennesima, sfortunata prostituta caduta nelle mani dell’ennesimo, anonimo killer di donne di strada. Ricetta per un noir: una giovane prostituta, più bella, più innocente, più sfortunata delle altre. Un killer efferato, sadico, che infierirà per giorni sulla sua vittima. Un ex poliziotto, che sarà risucchiato dalla ricerca del colpevole.
Consigliato l’utilizzo di nomi ed ambienti tipicamente americani (bar fumosi, male illuminati e molto mal frequentati). Musica jazz in sottofondo, Duke Ellington, Jimmy Rushing, Billie Holliday… Ecco a voi Quelli che restano: coinvolgente, ben confezionato, non manca nessun ingrediente.
Unica deviazione: la città (ci vuole una città) è Parigi, ma ve ne accorgerete solo dopo un po’. La ricetta funziona, ma prima lasciatevi catturare da Elisabeth Short (Black Dahlia) e da Il mio nome era Dora Suarez.
Seguite Chess dopo Lee Blanchard e Dwight Bleichert di Ellroy ed il Sergente della Factory di Raymond.
Concetta Colavecchio


lideablog.wordpress.com
18 Novembre 2009

Il noir francese, o all’europea, è probabilmente molto diverso da quello americano.
Per avere un quadro esauriente di questo genere, che oggi spinto dalla editori e dal successo decretatogli dal pubblico sembra voler contenere un po’ tutto e il contrario di tutto, è bene leggere entrambe le sfumature.
Vi ho già parlato del magnifico Il seme della colpa (ed. Meridiano zero) di Christian Lehmann, a mio avviso uno tra i libri dell’anno e opera che non mi stancherò mai di consigliarvi, ma in lista da alcuni mesi ho anche Pagan e in particolare questo Quelli che restano, reso succulento anche dalla nuova edizione economica che permette di risparmiare un bel po’ di dindini.
Chess è un ex sbirro disilluso e troppo preso dalla bottiglia. Fortune un magnaccia a cui hanno rapito una prostituta.
Parigi, be’, Parigi è Parigi. Per questo il presente libro è sul podio della mia lista.
Della vostra che mi dite?
Andrea Pelfini


mangialibri.com
16 Ottobre 2009

Chess è un ex sbirro della polizia di Parigi con la passione per il jazz. Lo hanno congedato un po’ perché l’età cominciava a farsi sentire, un po’ perché era arrivato il momento di iniziare a riguardarsi per via del cancro che gli hanno diagnosticato. Ma Chess se ne sbatte e continua a bere e a fumare.
In questo momento è seduto dentro un ristorante etnico con Duke, un suo vecchio collega che gli racconta dell’ultimo episodio di corruzione di cui è venuto a conoscenza: tre pezzi grossi del dipartimento si sono infilati in tasca mezzo milione di franchi. Chess ritorna a casa ma non resterà solo ancora per molto. Fortune, un vecchio magnaccia, lo va a trovare per proporgli un affare: una borsa piena di soldi per scoprire l’assassino che ha brutalmente ucciso una delle sue ragazze. Ma la polizia sta facendo di tutto per insabbiare le indagini…
Hugues Pagan sin dalla prima pagina punta la canna della sua pistola dritta nella schiena del lettore, costringendolo ad andare avanti fino alla fine. Bar fumosi, sassofoni malinconici, donne mozzafiato, delitti efferati e nessuno di cui ci si possa veramente fidare: sono questi gli ingredienti che compongono questo bell’esempio di romanzo noir, secondo episodio della trilogia dedicata all’ex piedipiatti di Parigi. Chess è il prototipo del vecchio poliziotto cinico, vero Humphrey Bogart parigino che è riuscito a fare delle sue dolorose esperienze una fonte di forza e di saggezza. È lui a parlarci in prima persona. Attraverso il suo sguardo disilluso osserviamo una realtà cruda e violenta, dove non c’è nessun confine tra il bene e il male, tra il mondo della criminalità e quello della giustizia.
Con i suoi occhi guardiamo tutti gli altri personaggi, che l’autore costruisce con dovizia e attenzione. Hugues Pagan, con una prosa asciutta e un ritmo veloce, con dialoghi perfettamente calibrati e toni cinematografici, descrive una Parigi che ha smesso di credere nella giustizia.
Al punto da non crederci più nemmeno il protagonista, pronto anche lui a passare in qualsiasi momento sopra la legge, e a sentire il sax di Lester Young, ovviamente.
Fabio Napoli


milanonera.com
30 Ottobre 2009

Una prostituta uccisa in modo ripugnante. A invocare giustizia è il suo magnaccia.
E la chiede a Chess, un passato in polizia e un presente annegato nel jazz (che vola sull’intera storia come un unguento salvifico dell’anima e del corpo) e sommerso dal numero di bicchieri di rum che gli si fermano in mano.
Chess, convinto che si possa ancora apprezzare ogni nuovo mattino grazie alla presenza di Dinah, poliziotta col peso di esserlo. A dirigere esistenze e intrecciare sorti, Parigi. Livida, annerita, capace di essere ancora maudit solo per il sangue che non impedisce di versare.
Impotente di fronte alla criminalità più odiosa. Quella della stessa polizia. Quelli che restano suona come un’indimenticabile suite nero pece, improvvisata da una formazione che raccoglie Artie Shaw, Duke Ellington, Count Basie, Lester Young (a cui l’autore dedica un’autentica dichiarazione d’amore con la splendida pagina iniziale del romanzo). E con al microfono la voce da uccellino di Billie Holiday.
Hugues Pagan ci regala una storia che, più che altro, è una session di prova che ben poco sale verso il mondo ultraterreno dove, chissà, regneranno armonia e pace. Su questa terra i suoni sono leggermente diversi.
La medesima dissonanza di Dead End Blues. Chess si muove come al di là dell’Oceano fanno i miti dell’hard boiled (e non è un caso che il pensiero raggiunga Sam Spade, mentre In fondo alla notte il richiamo toccava Philip Marlowe). Ma con un carico di sofferenza interiore simulata in una continua ricerca della solitudine che lo porta più a frequentare i bar dove può incontrare l’Alack Sinner di Muñoz y Sampayo.
A dispetto del suo nome, Chess non è un giocatore di scacchi. Chess annusa. La morte innanzitutto. La sua, prima di quella degli altri. Così sembrano dirgli i suoi giorni. E quella che si pesa con la sarabanda che s’accende appena gli uomini inciampano nelle proprie vite.
Ma cosa si ottiene alla fine del giorno? E che ci resta in mano quando l’intera storia non ha più nulla da svelare se non la sua idiota messa in scena? D’accordo, sembra dire Chess. Alla fine, ci usiamo a vicenda. E ci consumiamo. Nessuna novità. Però io continuo a cercare.
Che cosa esattamente non so. In compagnia di Lester Young. E della umana, troppo umana Lady Day.
Imperdonabile delitto perderlo.
Corrado Ori Tanzi


la Provincia
14 Novembre 2001

Un durissimo noir di Hugues Pagan sulla Parigi corrotta

Nella fogna della città delle luci Hugues Pagan ha una missione nella vita: denunciare le storture e la corruzione della polizia francese. Ex poliziotto a Parigi, con fama di vero duro, conosce bene l’ambiente e i suoi romanzi sono veri e propri cazzotti nello stomaco agli ex colleghi abituati ad arrotondare lo stipendio. Questo coerente impegno lo ha esposto più volte a minacce e attacchi ma Pagan continua imperterrito a raccontare i lati oscuri dell’istituzione a difesa dell’ordine pubblico.
Nelle interviste ama ripetere che: "Tutto quello che racconto è purtroppo vero". Meridianozero, la casa editrice padovana che pubblica i suoi libri in Italia, offre ai lettori un’altra perla di questo autore: Quelli che restano. Sulla Provincia era apparsa la recensione del suo precedente: Dead End Blues che narrava le vicissitudini di un commissario costretto a dare le dimissioni per essersi rifiutato di chiudere gli occhi sull’omicidio di un collega. Ora il poliziotto è diventato sceneggiatore di serial televisivi ma quando gli offrono una bella indagine non riesce proprio a dire di no e si caccia regolarmente nei guai.
Un protettore dal cuore umano lo ingaggia per scoprire chi ha assassinato Velma, una delle sue prostitute. L’omicidio è stato particolarmente efferato ed è avvolto dal più fitto mistero. La polizia ha archiviato il caso con una fretta sospetta e l’ex commissario scopre ben preso che fin dall’inizio l’intenzione era quella di insabbiare. Le sue indagini non vengono gradite e ben presto si crea un clima molto teso con gli inquirenti. Sfugge fortunatamente a un pestaggio e non sarà l’unico agguato del romanzo.
La trama è scandita da colpi di scena e accompagnata da una bellissima colonna sonora che si snoda tra blues e jazz. Il personaggio, ossesionato dalla verità e con un’assoluta disillusione sulla vita e sugli esseri umani, agisce in un ambiente descritto con grande minuzia. L’indagine si sviluppa con la struttura consolidata del noir di scuola francese ma quello che differenzia Pagan dagli altri autori è la sua intransigenza. Anche nello stile letterario. Asciutto ed efficace. L’obiettivo di costringere il lettore a misurarsi con la realtà inaccettabile di una giustizia corrotta e senza speranze di redenzione è raggiunto fin dalle prime pagine.
Anche la struggente storia d’amore con Dinah, una poliziotta che esorcizza i mali con dosi robuste di tranquillanti e alcol, non riesce a valicare i confini della sconfitta. Le persone vengono stritolate dai meccanismi di una quotidianità che pensavano diversa e che non riescono ad affrontare adeguatamente.
L’unico rifugio è il rispetto di se stessi ma spesso sono costretti a scendere a compromessi per sopravvivere, condizione che fa dire più volte all’ex commissario: "Da nessuno si è traditi così bene come da noi stessi". In questa frase c’è tutto il senso del romanzo. Per Pagan un ex poliziotto è una nave alla deriva. Nel corso della narrazione se ne incontrano diversi e sono tutti personaggi che non si dimenticano. Altra caratteristica interessante di questo autore è la capacità descrittiva delle situazioni psicologiche che evidenzia la sua formazione umanistica.
Prima di entrare in polizia, Pagan si era laureato in filosofia e aveva partecipato attivamente al maggio francese. Rimane ancora un mistero per la critica l’improvvisa decisione di indossare una divisa per combattere il crimine. Sembra quasi una parentesi della sua vita ma in realtà è quella che lo ha segnato maggiormente. Sullo sfondo la Francia di oggi, che l’ex commissario stenta a riconoscere. Massimo Carlotto Pulp gennaio 2002 Non c’è che dire, quella di Hugues Pagan in polizia deve essere stata un’edificante esperienza.
Almeno se crediamo che quanto ha scritto sulle forze dell’ordine francesi corrisponda, seppure in maniera romanzata, a quanto ha assistito durante gli anni da poliziotto. Ma ciò che ci deve colpire sono il coraggio e la spietatezza con cui viene descritto un corpo dello Stato che da sempre ha il coltello dalla parte del manico. Al di là del significato strettamente politico, Quelli che restano (Tarif de Groupe) è un romanzo intenso scritto in prima persona che percorre, prima di tutto, una ricerca di verità che è inscindibile dallo stato dell’anima del protagonista, un ex poliziotto.
Uno stato dell’anima che segue le parole di Billie Holiday, il ritmo del jazz, che stupisce con la forza delle interpretazioni, ma che, proprio come il jazz, alla fine procede inesorabilmente verso un finale che vorremmo evitare - ma che, inevitabilmente, ci crolla addosso. La prosa di Pagan è spesso contorta e ridondante, intercalata da presenze che visitano i sogni o da personaggi complessi di cui è difficile rilevare un’appartenenza.
All’inizio e alla fine del romanzo si ricorda che il grande sassofonista statunitense Lester Young, al termine della ua esistenza, parlava solo con i morti, come a ricordare che il fine ultimo della letteratura è, forse, quello di materializzare l’ignoto.
Giustamente avvicinato a Derek Raymond, Hugues Pagan ci parla con pietà e affetto di una puttana morta, come era accaduto con la storia di Dora Suarez. Una morte ingiusta e la ricerca di un’assurda giustizia, irraggiungibile e incomprensibile se non agli occhi di un protagonista su cui il mondo intero sembra accanirsi.
Forse Quelli che restano potrà sembrare un romanzo eccessivo, ma certamente non mancherà d’inquietare e offendere il lettore che cerca in un libro svago e consolazione.
Domenico Gallo


nientelietofine.splinder.com
3 Febbraio 2008

"Secondo la leggenda, Lester Young, giunto al termine della sua esistenza, ormai parlava solo con i morti…"
 Che è un po’ quello che accade all’ispettore Chess, innamorato della musica jazz e di Billie Holiday. Costretto suo malgrado a indagare sull’omicidio di una prostituta, estromesso dalla Polizia e dalla notte, suo unico conforto, dovrà fare i conti con la crudeltà gratuita e il cinismo senza scrupoli che derivano dall’avidità e dal potere. Riuscirà a rimanere fedele ai propri principi, o finirà per lasciarsi travolgere dalla sete di vendetta e dall’odio? nonsololink.com 20.8.07 Poliziesco di classe Appartiene al genere di romanzi noir che si leggono d’un fiato non tanto per la trama densa di macabri avvenimenti, quanto per l’impianto del romanzo che avvinghia il lettore pagina dopo pagina senza lasciargli il tempo di pensare che può non finire il libro in un paio d’ore.
Quelli che restano
è l’ultimo nato dalla penna di Hugues Pagan, nato nel 1946 in Algeria, rientrato in Francia dove lo troviamo studente di filosofia sulle barricate del Maggio francese. Nel 1973 entra in polizia della quale comincia a conoscere ogni retroscena, nel bene e nel male. Dal 1982 comincia a pubblicare romanzi nei quali proprio il mondo dei tutori dell’ordine è tracciato con penna sapiente, calandosi l’autore nei panni del protagonista dimissionario dall’incarico dopo venticinque anni di onorato servizio, perché preso in un giro più grande di lui. Nell’ultimo romanzo Pagan ripropone i temi classici: l’eroe indaga sull’omicidio barbaro di una prostituta incinta di un uomo che la amava, omicidio sul quale in molti avevano l’interesse si chiudessero gli occhi e le indagini in fretta.
L’animo sensibile e allo stesso tempo il mestiere che fa ancora sentire puzza di marcio anni di distanza dal distretto, portano il nostro su una pista in cui i duri si scontrano con più duri di loro; un ambiente in cui l’amicizia si guadagna a suon di botte prese e rese, in cui ogni imbarbarimento è lecito come morire, più o meno per una giusta causa. Il merito di Pagan è scrivere intensamente, con un linguaggio a tratti poetico, denotando un autore che non dimentica la letteratura anche nel romanzo poliziesco così come l’uso forbito del linguaggio, ben tradotto da Alberto Pezzotta. Ancora una volta il contenuto dimostra di avere bisogno di un valido appoggio nell’uso sapiente e corretto della parola che strega, avvince, lega il lettore ad un buon libro.
Alessia Biasiolo


nonsolonoir.blogspot.com
7 Ottobre 2009

"Secondo la leggenda, Lester Young, alla fine della vita, parlava solo con i morti. Si era inventato un linguaggio tutto suo – o tutto loro…
E così aveva capito tutto, anche le cose più sgradevoli, quelle che uno preferirebbe non aver mai saputo. La leggenda aggiunge che un giorno, colui che i suoi pari riconoscevano come il più grande sax tenore della sua generazione, colui che tutti chiamavano "Presidente", se ne andò da solo, senza lasciarsi nulla alle spalle, a parte poche frasi teneramente pudiche, contenuto tragico e acume disilluso, da cui traspariva la splendida e pacata amarezza che è la tremenda prerogativa di quelli che, fin dall’inizio, hanno capito che non ne avrebbero fatta molta, di strada…"
Parigi, primi anni novanta. Chiusi (malamente) tutti i rapporti con "l’Usine" (Il termine traduce perfettamente quello di "Factory" in uso nel noto ciclo di romanzi di Derek Raymond), il "vecchio" Chess, ex sbirro tutto d’un pezzo, passa la vita tra bottiglie di whisky, fumo di sigaretta e polverosi vinili jazz, nell’attesa che il male che da tempo gli trapana i polmoni se lo porti via.
Quando l’antillese Fortune tenta di assumerlo per indagare sulla morte dell’avvenente prostituta Velma, fatta fuori sul "posto di lavoro", in avenue de Gravelle, in quello che, se non fosse per l’archiviazione troppo rapida del caso, potrebbe sembrare il banale e cruento attacco di un agguerrito concorrente, il detective decide di tenersi fuori dalle indagini; poi, le strane incongruenze emerse nel corso di un primo, rapido, giro tra gli informatori e il ricordo (troppo vivido) degli occhi della vittima – grandi occhi "malva e dolci, con un alone ardesia attorno all’iride" – lo costringono a tornare sui suoi passi e a ributtarsi, a bordo della sua vecchia Pontiac Firebird, per le strade di una metropoli notturna e insidiosa. Ma la decisione di indagare gli costerà cara: oltre a portare in luce la sporcizia e la corruzione del dipartimento di polizia e della divisione della quale, un tempo, ha fatto parte, Chess si vedrà sfuggire tra le mani – impotente come tutti "quelli che restano" – la possibilità di un ultimo, disperato amore…
Secco, crudo, deprimente o meglio sconsolante (nel senso positivo del termine), come possono esserlo solo i romanzi che pretendono di dire "tutta la verità", in barba alle esigenze di mercato e in spregio alle aspettative dei lettori "medi", Quelli che restano, è una di quelle rare opere in grado di portare sulla scena un personaggio "duro e puro" – un incorruttibile sognatore rivestito alla meglio dei panni del cinico – senza dissolvere la spessa cappa di fumo e nebbia che avvolge una società realisticamente dipinta come un’unica, grande macchia grigia, e senza che il sistema cominci a stridere e scricchiolare.
Spesso paragonato a Jean-Patrick Manchette (probabilmente per schieramento politico o in quanto "figura principale" di un determinato periodo del noir francese, come l’autore di Piccolo Blues lo era stato nel decennio precedente), Pagan crea il suo romanzo con modi diametralmente opposti a quelli del "behaviorismo manchettiano" (o almeno all’opposto del Manchette più noto ed influente, quello dei romanzi narrati in terza persona), puntando su un’interiorità manifesta nella narrazione in forma quasi monologica: Quelli che restano è, infatti, una racconto in prima persona che spesso si apre alle divagazioni del protagonista-narratore; è una riflessione personale, dolente, giustamente sconnessa, talvolta reticente (ma in funzione realistica e mimetica, e non per creare inutili, decorativi, effetti sorpresa), fitta di riferimenti metatestuali (1), inframmezzata da brevi (ma essenziali), rapidissime, sequenze d’azione, e chiuso da un’imprevista coda metanarrativa.
Fabrizio Fulio-Bragoni

(1)Particolarmente evidenti, come sempre nei romanzi di Pagan, quelli alla cultura americana, dalla musica (principalmente jazz, ma anche blues e rock & roll anni ’50) al gusto quasi pop per determinati oggetti (spesso, ma non necessariamente "vintage"), passando per la letteratura (in questo caso non solo di genere: a pagina 201 si legge, con chiaro riferimento a Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald "Anche lui credeva alla piccola luce verde dall’altro lato della baia").


paradisodegliorchi.com

Mi sono sempre chiesta se l’atmosfera creata da un film sia paragonabile a quella creata da un libro. Nella lettura di un libro subentrano condizioni (soprattutto la capacità visionaria dell’individuo) che stravolgono anche le stesse intenzioni dell’autore, per quanto bravo e ineccepibilmente descrittivo.
Il film impone una visione che non può essere sostituita, a meno che non si voglia sognare a occhi chiusi di fronte ad uno schermo. Ho fatto questo discorso perché il libro che vado a presentare mi ha suggerito alcuni agganci. Per esempio (e mi rifaccio anche alle righe suindicate): se fossi un nostalgico dell’hard boiled o, in genere, delle atmosfere noir degli anni quaranta-cinquanta, mi tuffo in un bel film in bianco e nero, (o addirittura nella riedizione recente di Chinatown di Polanski) o nella lettura di un romanzo che ricalca pedissequamente gli schemi del plot poliziesco e metropolitano classico? Risposta: boh. E mi sembra onesta. Hugues Pagan fa solitamente questo: vive di fantasmi hard-boiled.
Nell’ambientazione e nello stile. Facciamo degli esempi. Descrive una donna: Dinah ha aspettato che le accendessi la sigaretta. Aveva un sorriso dolce, senza la minima traccia di preoccupazione. Ma il ritmo della sua risata era più vicino al blues che al bolgie. Una bocca troppo grande e troppi capelli per la Strada, e ancora troppe passioni per essere davvero invulnerabile. Ci siamo baciati e Dinah mi ha morso le labbra quasi a sangue. Più classico di così, con inserti "jazzati" e fisiognomica cool, si muore. Con un sottofondo musicale che resuscita, frequentemente, la Billie Holiday più intossicata e rauca. Ma è tutta l’impalcatura del romanzo che si regge su una struttura di modelli consolidati, a cominciare dalla figura dell’investigatore, ex poliziotto, che come ogni bravo solitary man sguazza nella melma di una esistenza ai limiti del sopportabile: "Sei gelato, tesoro." Si è ripresa subito. "E’ sdolcinato se ti chiamo tesoro?" Niente affatto. La nostra esistenza è una breve parabola che non porta a nulla, e l’unica cosa che ci rimangono sono le metafore. La tua mano scotta. Sta piovendo dappertutto, sui mondi conosciuti e su quelli sconosciuti. Ho voglia di baciarti. Quello che viene dopo è ancora peggio… Un passo del genere, considerando anche la "rimanenza" delle metafore, avrebbe fatto la felicità di Mario Soldati, che pure di vicende "delinquesche" non era digiuno. Per quanto riguarda invece il maledettismo di una condizione sempre ai limiti del baratro è topos da esame per la maturità classica, come Dante.
Eppure Pagan funziona, come l’ennesima reincarnazione di una spiritualità che ha sempre affascinato, soprattutto chi, costretto ed inchiodato ad una realtà meno espressiva e movimentata, delega vicariamente le proprie istanze "avventurose". Attraverso un libro o attraverso un buon film. E qui mi pare siamo alla pari.
Eleonora del Poggio


scanner.it
25 Ottobre 2009

Una figura di spicco del noir transalpino come Hugues Pagan, è la dimostrazione palese di un talento che riverbera intensamente la sua scrittura nei paesaggi immobili della città o della provincia, per esplicare un profondo senso di nero che si infonde nei rapporti dei protagonisti, avviluppandosi conscentemente con la storia: spettro di rimossi o rimorsi che trovano il gesto assolutorio di un grido.
In questo libro che è il secondo episodio del ciclo inaugurato con Dead End Blues, Chess è un ex sbirro dell’Usine con l’anima piena di cicatrici e gli occhi persi nel fondo di una bottiglia di rhum, ma la morte la fiuta meglio di chiunque altro. E quando Fortune, il magnaccia della prostituta massacrata, gli chiede di trovare l’assassino, accetta l’incarico con l’istinto da cacciatore di taglie.
Un’indagine ombrosa condita da un amore malinconico pregnante per Dinah, una donna divisa tra l’imposizione fredda della polizia parigina e il grande desisiderio di sentirsi importante per l’uomo che ama ancora. Sarà lei a sostenere Chess in questo percorso doloroso, alla ricerca di un colpevole che sfugge a pochi passi da lui.
Se il blues è il canto del male che affoga nelle prime luci dell’alba, fa da contorto a una città, Parigi, popolata da criminali da due soldi e dove la corruzione alberga anche nella Polizia. Una metropoli trasfigurata come un palcoscenico dove va in scena una corsa violenta lungo gli abissi contorti di un inferno urbano. Una scrittura profondamente nichilista nel suo sguardo tetro che non lascia sconti per questa umanità persa lungo le maglie strette del destino. Un piacere riscoprire pagina dopo pagina la caratura di uno scrittore capace di ammaliarti per la sua calibrata precisione nel condurci in un ambiente, tra parole e azioni intrise di umana debolezza.
Matteo Merli


senzaunadestinazione.blogspot.com
8 Gennaio 2010

Hugues Pagan è la radice del noir.

È la ricerca di un riscatto quasi obbligatorio, con la svogliatezza di chi assolve un compito che gli è imposto dall’esistenza. I suoi personaggi sono forzatamente relegati ai loro ruoli e spazi: al turno di notte, alla consapevolezza di un miglioramento impossibile, a un passato da cui doversi difendere per sempre. Donne private di ogni emotività femminile, uomini mentalmente randagi. Il desiderio di giustizia che sopravvive in questi scenari, è qualcosa che deve essere capito ancora prima che osservato. Va cercato nei caratteri schivi, nell’apparente rassegnazione, nella scelta di muoversi al di fuori di quella che dovrebbe essere la vera legalità, ma che nel ribaltamento delle visioni che caratterizza Pagan, spesso è la negazione di ogni falsità e corruzione.
Quella da cui lui stesso è fuggito quando ha abbandonato il suo impiego nella polizia francese, denunciandone gli abusi e l’illegalità dilagante. Condannandosi a rappresentare scenari claustrofobici, torbidi, scuri. Come in Dead End Blues (Meridiano zero), da cui è stato tratto il film Diamond 13 interpretato da Gerard Depardieu e Asia Argento, dove Mat, poliziotto parigino, scopre che il suo ex collega e amico è diventato uno dei più grossi trafficanti di droga del paese.
 Oppure in La notte che ho lasciato Alex (Meridiano zero), tra i suoi più belli, con il suicidio apparente di un senatore e l’ispettore Chess che indaga pur relegato al turno di notte. Chess torna tra tradimenti, compromessi forzati e crudeltà in Quelli che restano (Meridiano zero), l’ultimo romanzo pubblicato in Italia, mentre con In fondo alla notte (Meridiano zero) si cambia protagonista e scenario: un ex poliziotto diventato giornalista e la provincia francese, notturna e cupa forse più della città. I suoi titoli sono anche altri, in una produzione che sembra raccontare una storia che si ripete, che ci trasmette un clima vero e sotterraneo, e che mostra le tante derive di chi sceglie di non stare mai dalla parte dei buoni.
Paola Pioppi


Strano Attrattore

L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benché abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (lapatacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi. In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (Dead End Blues, 1990, Quelli che restano, 1993, La notte che ho lasciato Alex, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne è consapevole – gli resta da vivere.
Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza è rimasta intatta: non va più a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma è ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.
–Sei sempre uguale, Chess… Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed è una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che è quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950.
La prima, qualche pagina prima, si è avuta sempre per bocca di lei. –Sono troppo vecchio per cambiare… Replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome.
È l’ultima ed è importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai. La loro storia non è facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa più complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora più controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.
A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto può spingersi un uomo nella ricerca della verità, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la città, prima di cedere al loro stesso gioco?
Chess lo sa, per quello "sguardo torbido da perdere la testa" che aveva visto negli occhi di Velma, "più viola pallido che azzurro del cielo"; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granché alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una città abbandonata alla disperazione, forse è proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che può spingere Chess ad affondare ancora di più nella bolgia infernale del XII Arrondissement.
Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potrà più tornare ("Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di più. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi più le Kool"). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si è infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine. Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del néo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley.
In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.
Qualcuno, come Chess, imparerà da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sarà altrettanto fortunato. Ma potrà contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.
Giovanni De Matteo


suspense.it

Parigi, il cadavere orrendamente martoriato di una giovane donna viene ritrovato nei pressi di Vincennes.

Velma faceva la vita, tutto qui, una di meno. La polizia benchè abbia solidi elementi per procedere nell’indagine sembra voler liquidare rapidamente il caso. Ma Chess, già radiato dall’Officina a causa di una rude incompatibilità con la pratica della menzogna, accetta di indagare sulla sua morte, inoltrandosi in un labirinto in cui la crudeltà gratuita della delinquenza spicciola e il cinismo di interessi superiori sembrano coincidere con una simmetria allarmante.
Assistito dalle note pastose di Billie Holiday l’ex ispettore intraprende il suo ’viaggio al termine della notte’ in una Parigi trasfigurata, popolata di fantasmi. Figure sfuggenti: angeli neri che accompagnano Chess alle porte della verità. Una verità che, al contrario, andrà ad assumere profili netti e definitivi dell’avidità e del potere. Con Quelli che restano Pagan, accordando l’aspra critica sociale sulle note del vuoto metafisico, rifonda le ragioni del noir, seguendo la strada aperta da Derek Raymond.


thrillermagazine.it
9 Ottobre 2009

Merde, dice l’illustratore. Un altro? Un altro romanzo di sbirri, tipi schizzati pieni di whisky e coca, puttanieri psicopatici con la pistola e il giaccone di cuoio, che con una mano picchiano lo spacciatore africano, con l’altra intascano bustarelle… Merde. Basta. Voglio disegnare un girotondo di bambini allegri in un asilo. Due scoiattoli che raccolgono ghiande. Un prato fiorito… Come? E chi è Hugues Pagan? Ah, quello… Be’, sì, lui era uno sbirro, sa di che sta parlando, le ha vissute, ’ste storie. Certo, sa scrivere, e bene, con la penna taglia la pagina, e fa uscire inchiostro e sangue. E poi è uno colto, mica un buzzurro, i riferimenti cinematografici e musicali sono eleganti, precisi. Malinconia noir…
L’amore che non c’è, e se c’è può solo finire male. Sulle note di Billie Holiday e Lester Young. E questo Chess, il protagonista? Com’è? Malato, stanco, ha fatto le sue cazzate. Ma non è marcio. Lui no. E torna in pista, nemmeno lui sa perché. Per scoprire la verità su una prostituta ammazzata di botte… E i colleghi gli mettono i bastoni tra le ruote, con i loro cappottoni di cuoio, i macchinoni, i pistoloni.
Sembra uno di quei film di Marchal, tipo Gangster, oppure 36. Be’ anche lui era uno sbirro, lo so, e hanno lavorato insieme a una serie Tv, chiaro che hanno respirato la stessa aria… Mah, i soliti stereotipi. Sì, sì, lo so, in mano a uno bravo, lo stereotipo è come una 44 magnum in mano all’ispettore Callaghan. Ma questa è un’altra storia… E com’era, la prima copertina? Mmmh… bella, però.
Complimenti, sembra quella di Hub-Tones, di Freddie Hubbard. Gran disco. Se n’è andato anche Freddie, mon vieux. Sono pochi, Quelli che restano, e non sempre sono i migliori. Perché "gli assassini non pensano mai a quelli che restano. Non mi stupisco. Per loro uccidere è come spegnere la luce quando si esce da una stanza". P’tain, però, che bel romanzo. Giuro. Come diceva quel mio amico, la classe non è acqua. La classe è whisky & sangue. Whisky, sangue e jazz. E Chess li conosce. E Pagan anche. Fanculo, te la faccio la c

Da inserire:


Data di inserimento in catalogo: 09.04.2013.

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