Lo svelto e il morto su Tex

Lo svelto e il morto su Tex

TERRE DI NESSUNO
Recensione apparsa su
Tex - Nuova ristampa, n. 355, Luglio 2014

Sulle tracce dell’avventura

di Graziano Frediani

“La Fabbrica dei West-sellers”. Così era stato soprannominato Louis L'Amour, in virtù dei novanta romanzi pubblicati e tradotti in sedici lingue, per un totale di duecentoventicinque milioni di copie vendute.
Figlio di un veterinario, era nato a Jamestown, nel Nord Dakota, il 22 marzo 1908 e si chiamava, In realtà, Louis Dearborn LaMoore; dopo aver giralo il mondo in lungo e in largo, facendo i classici mille mestieri (fu anche pugile professionista e si occupò di commercio marittimo), iniziò a scrivere storie “pulp”, sinché nei primi anni Cinquanta, trovò nel western il suo campo d’ispirazione.
Un suo racconto, The Gift of Cochise, uscito nel 1952, piacque molto a John Wayne, che spinse un produttore hollywoodiano ad acquistarne i diritti: così, nel 1953, L'Amour trasformò quel racconto in un romanzo intitolato Hondo e lo diede alle stampe in contemporanea con l'uscita dal film omonimo, diretto in 3D da John Farrow, dove Wayne impersonava Hondo Lane, corriere dell'esercito americano, che dà protezione a una donna e a suo figlio, minacciati dagli indiani. Iniziò da qui la carriera di un narratore che, sino alla morte, avvenuta a Los Angeles, il 10 giugno 1988, non smise più di sfornare best-sellers, pubblicati direttamente in edizione economica, nei quali riviveva lo spirito dei Frontiersmen.
Louis L'Amour si vantava di conoscere il West come le proprie tasche, anche grazie a una biblioteca composta da migliaia di volumi da cui attingeva meticolosamente per riprodurre con fedeltà un mondo ormai scomparso.
“Guardalo, ragazzo. Vivilo. Non sarà mai più così!”
, esclama commosso Matt Brennan, il pistolero solitario protagonista di uno dei suoi romanzi, Silver Canyon. Per L’Amour, comunque, la figura del Cowboy non poteva morire, essendo un archetipo, un modello di vita capace di resistere al passare delle mode, oltre il crepuscolo del mito che lo aveva visto nascere.
“Siamo tutti cowboys nel fondo del cuore
. Ma i miei romanzi non parlano soltanto di cowboys. Stanno dalla parte di quei pionieri che videro il West com’era allora; famiglie intere che caricarono quel che avevano su un cavallo e partirono alla ventura. Venivano dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dalla Svezia, da ogni parte, per scoprire il Nuovo Mondo e risalire da Est verso le selvagge piste dell’Ovest”, affermava.
Questa ostinata, indefettibile “americanità”, ne ha fatto, inevitabilmente, un autore classico, in patria; per quasi quarant’anni, la sua ispirazione e il favore die lettori (ma anche degli spettatori: una trentina dei suoi libri sono stati trasferiti sul grande e sul piccolo schermo) non lo hanno abbandonato, a dimostrazione che il fascino di certi
luoghi comuni” è duro a morire. E dico “luoghi comuni” non a caso: avete mai pensato a quanto siano ormai familiari anche a tutti noi, che pure non li abbiamo mai visti di persona, gli scenari possenti (il Sand Creek, le Black Hills, il deserto di Yuma, le piste dell’Oregon…), che fanno solitamente da sfondo alle imprese dei suoi eroi?
Non è dunque casuale che, per inaugurare una collana dedicata ai maestri della letteratura western, Meridiano Zero – un marchio delle attivissime Edizioni Odoya – abbia scelto proprio Louis L’Amour e uno dei titoli più significativi nella sua sterminata produzione: Lo svelto e il morto (1973), accompagnato da una bella introduzione firmata da un vero esperto, il nostro Luca Barbieri.
Dietro la copertina in puro stile “pulp” che vedete a fondo pagina, battono i cuori di almeno tre classiche figure-simbolo: l’onesto e indifeso aspirante colono, Duncan McKaskel, che insieme alla moglie Susanna e al figlioletto Tom, ha abbandonato la comoda vita di città per affrontare le praterie; il cattivo Red Hyle, un irlandese con sangue finnico nelle vene (“brutale, sfrenato, presuntuoso, crudele e freddo… svelto di mano e forte come un toro, senza rispetto e senza riguardi per niente e per nessuno”), e con Vallian, una strrana figura di gunman dallo spirito libero.
Seguendo un preciso stereotipo western, nota acutamente Barbieri, Vallian “non è per niente ‘senza macchia’, né tantomeno gentile e cavalleresco con le donzelle in difficoltà: anzi, è rude e antipatico, spesso irritante, e non conosce che in modo approssimativo le buone maniere; ma è onesto e leale, ed è disposto a farsi ammazzare per aiutare delle persone che ha appena conosciuto, giustificando a se stesso questo singolare fatto con l’assurda scusa che il caffè che gli hanno offerto era buono: come se questo, e soltanto questo, valesse la sua pelle…”. Soprattutto, però, Vallian sa che, per sopravvivere da quelle parti, bisogna fare i conti con la violenza (della natura, delle belve feroci, degli uomini), seguendo un’unica legge: chi non è veloce a reagire e a estrarre le Colt non ha alcuna possibilità di sopravvivere.


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Pubblicato: 02.07.2014
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