Magma su Il Manifesto

Magma su Il Manifesto

EDITO DA MERIDIANO ZERO «MAGMA» DEL FILOSOFO E BLOGGER INGLESE LARS IYER
Recensione apparsa sul Manifesto il 21 Novembre 2012


Traduzioni in forma di testo di una risata di disperazione

di Enrico Terrinoni

Se il sapere enciclopedico delle Summae medievali, se le geometrie filosofiche e l’infaticabile ricerca delle cause prime e ultime, se le smagate descrizioni dell’esistente sognate da chimeriche avanguardie letterarie si avvolgessero su se stesse in un vortice che trascina tutto all’interno di un buco nero, di un magma acqueo, o forse – stando alla sfumatissima «trama» del libro – di una invasione d’umidità che erode lo scheletro d’una casa fatiscente; ecco, se tutto questo avvenisse, ci troveremmo di fronte a qualcosa di simile a quel che ci regala Magma (Meridiano Zero, traduzione Delia Belleri, pp 181, euro 10) «romanzo» di un filosofo inglese dal nome impronunciabile, Lars Iyer. Trattasi di fine esegeta dell’opera di Maurice Blanchot, oltre che di blogger seguitissimo tra i giovani.
Il titolo del libro è ben scelto. Una famosa enciclopedia italiana, tra gli usi figurativi del termine, riporta «massa confusa ed eterogenea di materiali o, meno spesso, di persone (di situazioni, esperienze, idee, pensieri, ecc.)». È questa la prima reazione di fronte alle pagine felicemente scoordinate del breve scritto comico-tragico. Il miscuglio di un periodare un po’ sconnesso, del pigro e fitto dialogare, e di uno slang che ibridizza stanche tirate filosofiche pseudo-ardite, è certamente parente di quel che potremmo definire un vero magma letterario.
La seconda reazione è quella di trovarsi di fronte a una serie di confusi déjà vu. Si fa strada sulla pagina scarna di questo esperimento narrativo un incedere sintattico smaterializzato, come una traduzione testuale del passo buffo d’un Buster Keaton à la Beckett. Si perde tra i suoi meandri verbali la voce rarefatta di un Wittengstein scienziato dell’afonia. Si affaccia tra la rincorsa di sottili battute, tra il messianico e l’apocalittico, la contorsione sociale delle letterature kafkiane. Si dispiegano, ma sporcandosi le mani con il caos del presente, le illuminazioni di Blanchot sui valori della differenza. Ma ogni possibile guida presente nel testo, e a maggior ragione quelle assenti – si pensi al maestro di simili narrazione epigrammatiche e frammentarie, il B.S. Johnston di The Unfortunates – svanisce all’improvviso, allorchè il serio e il faceto si fondono insieme per donarci momenti come questo: uno dei due filosofi, denominato W. chiede all’amico Lars di porgergli il suo quaderno di appunti in cui, si presume, questi abbia annotato i propri pensieri e le più intime riflessioni. Nell’aprirlo, però, scopre che non v’è traccia di elucubrazioni filosofiche; quel che trova, invece, «scorrendo rapidamente le pagine» sono solo «disegni di cazzi e maggiordomi-scimmia».
I due tragicomici protagonisti si aggirano per convegni di filosofia in Europa, vivono e immaginano di morire di inezie, di pigrizia e di idiozia, rincorrono inutili quanto vani profili di scienza: W. (pronuncia «double you») è un vero doppio del narratore finto-autobiografico, ma doppio critico. Lo pungola, lo insulta, lo assale di dubbi in continuazione, scrutandone l’indolenza, e fingendo di voler scrollare da lui quell’atavismo che lo rende persona non grata a sé stessa.
Lars è invece un uomo che convive con l’umidità – un uomo dalla psicologia umidiccia. La sua casa è marcia fino al midollo per via di un umidore che trapassa i muri, le travi, gli infissi, i tramezzi, fino a minacciare di sgretolare l’idea stessa d’uno spazio vitale: «Come va con l’umidità? W. mi chiede al telefono. L’idraulico dice di non aver mai visto una cosa simile, riferisco. I mattoni si stanno sgretolando…» L’umidità pertiene alle cose, all’esistente, e permea le possibile spiegazioni del tutto: «L’umidità richiede un’indagine talmudica; consulto un saggio dopo l’altro, e un altro ancora, ma nessuno conosce con certezza la Legge».
Il ritmo endogeno del testo è scandito da un monologare interiore che trama contro la supposta serietà del flusso di coscienza, un procedere per invasioni di campo psichico che non può se non rivelarsi foriero di beffe. E non a caso il destino dei due buffoni, uno lo specchio incrinato dell’altro, sono indissolubilmente legati: «Uno di noi sta strascinando in basso l’altro, stabiliamo io e W., ma chi dei due? Io o lui?».
Il testo è in molti sensi una dissociazione della realtà, un atto d’accusa ridanciano non alla filosofia o all’indagare, ma alla sua istituzionalizzazione accademica. Espone, questo discettare, al ludibrio i professionisti dell’elucubrare, e seppellisce con una risata le loro pretese di autorevolezza. Il libro appare come una messa al bando del ciarpame filosofeggiante, tramite il dileggio di personaggi archetipici la cui ricerca intellettuale li avvicina solo e sempre alla condanna: «La mia idiozia è teleologica, mi dice W. È vasta, è onnipresente; non è semplicemente mancanza (di intelligenza, diciamo), ma non è nemmeno interamente tangibile o reale. Ce la raffiguriamo come una nube estesa e spessa, e poi come una tempesta, che infuria con lampi e tuoni».
I due Rosencrantz e Guildenstern moderni, creati e affinati dalla penna di Lars Iyer, non hanno scampo, e una delle cause della loro condanna, il bere – nella consapevolezza che una fine è sempre una consumazione, ma che la consumazione implica che s’è vissuto – è sì una delle tante soluzioni ai mille mali, ma anche chiaramente una via di fuga: è qui che inizia il messianismo, dice W. Devi consumare il discorso, devi assumerlo. E a quel punto? A quel punto, prosegue W. inizia il vuoto, il vuoto infinito. La notte intera si spalanca. Devi bere in gran quantità per arrivare a questo punto… Tutti gli ubriachi hanno qualcosa del Messia, riflette W. Per prima cosa, parlano molto. Si sentono a un passo da qualcosa, qualche grande verità». La grande verità annidata tra queste righe scarnificate coincide con la risata, ma è una risata che si mostra come la trascrizione fonetica, se mai cosò fosse possibile, della beata disperazione.


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Pubblicato: 13.02.2013
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